mercoledì 24 giugno 2020

La Semina -XXXVIII-

In seguito alla notte di congiunzione materna, Mamath e il lupo dovettero separarsi perché lei tornò nella carne, di nuovo nel mondo che ruotava intorno al cespuglio di bacche. Toccandosi il petto là dove le ossa scheggiate del dolore si erano infilate sotto la pelle, scoprì la tremenda piaga che scorreva in luogo del seno di cui era ormai orfana. Una radicale consapevolezza di sè era però sorta insieme alla veglia, prendendo il posto dello smarrimento che la teneva ostaggio degli alberi, e le disse che la sofferenza fisica non era meno naturale del respiro, di accoglierla come lo stomaco aveva fatto con le bacche. Dopo aver capito queste cose, Mamath riprese il cammino lungo un solco che solo lei poteva vedere già tracciato, e che la condusse alla radura erbosa nel cuore del bosco. Questa era il luogo che di tutta la foresta raccoglieva la luce del sole nel pieno della potenza, perché nel suo spazio soltanto soffice erba cresceva, e la selva tutta attorno era da essa indossata come una corona.
Lasciandosi condurre dal solco, Mamath entrò nella radura e la rabbia inesausta di X'En la vestì di luce. Cullati dal mesto frinire di esseri nascosti nel verde più scuro, stavano placidi ventisette lupi; al centro del branco, qualche vecchia femmina badava alla frenesia dei giovani indifesi, mentre i più forti riposavano dopo la caccia, coi musi ancora lucidi di sangue. Isolato rispetto a tutti gli altri, infine, un grande grigio teneva d'occhio la radura da una posizione dominante e quando l'odore di una presenza estranea gli arrivò alle narici, lesto si levò il suo latrato di avvertimento e il branco scattò sulle zampe. Presto circondata dalla torma di predatori, Mamath rispose loro mostrando le dita intinte nel sangue della propria piaga. Il grigio, sensibile al dolore e quindi saggio, colse il significato nel gesto dell'ospite e le si fece incontro, imponendo la pace ai suoi simili tramite la rilassatezza delle orecchie. Nel momento in cui annusò il sangue, riconobbe la traccia di una certa impronta ancestrale e guardò Mamath negli occhi, trovando in essi conferma ai propri sospetti: davanti a sè aveva non una figlia della terra, ma il prodotto blasfemo di forze aliene all'Abbraccio. Nonostante ciò, il grigio sentì in lei la forza di un seme e si volse dall'altra parta, lasciandola al suo Ciclo. Così fece anche il resto del branco e nella radura tornò la quiete.
Mamath guardò un'ultima volta in direzione dei lupi e fece per proseguire, ma qualcosa attirò i suoi occhi: là dove una femmina stava allattando i propri cuccioli, uno di essi era rimasto escluso e cercava con tutte le forze, vanamente, di farsi strada tra i fratelli e le sorelle. Mamath gli si avvicinò curiosa e nel momento in cui sentì lo sguardo bisognoso del piccolo, capì che anche altri occhi la stavano fissando: quelli della madre. Non erano ostili, o preoccupati, ma la scrutarono in un modo che lei conosceva bene, perché quella forza era stata la prima cosa con cui Mamath era venuta in contatto dopo la nascita. Attraverso lo sguardo della lupa, Ar Tlanèrva le aprì la piaga sul petto e sangue fresco colò dal corpo che Indh aveva cesellato, per dissetare infine il terreno. Mentre il cucciolo di lupo iniziava a bere con trasporto dalla macchia di nettare vermiglio, Mamath sostenne lo sguardo della lupa fino a quando da esso non sparì l'aura dei Cinque Codici, e finalmente si concesse di manifestare afflizione per la ferita che in eterno avrebbe sgorgato ciò che Ar Tlanèrva riscuoteva dopo aver elargito. Riprese allora il cammino nel solco già tracciato verso ponente, fuori dalla foresta e attraverso le sabbie della Caduta, sotto i torridi tormenti che X'En sputava in silenzio dalla sua prigione celeste, gonfio di odio e di vergogna. Ignara di ricalcare le orme di Shintara verso le Montagne Nere, Mamath percepì un'ombra muoversi nel solco davanti a lei, una sagoma dal pelo ispido e le pupille color dell'oro. Oltre a quello, una sensazione di appagamento che non poteva spiegarsi perché del tutto priva di senso: il ritorno a casa.

mercoledì 17 giugno 2020

La Semina -XXXVII-

Quando Indh la condusse sulla terraferma, lontano dall'isola della sua natalità, Mamath capì che il mondo era grande e nutrì il desiderio di percorrerlo. Quando sentì per la prima volta il canto degli uccelli, desiderò imparare a imitarlo per comunicare con loro. Quando nel suo percorso arrivò prima a una roccia, poi in un campo di fiori e infine all'ombra di un bosco, Mamath seppe che oltre quegli alberi ci sarebbe stato altro da vedere e continuò a camminare. Ma nella selva ella si perse, al punto da non accorgersi che ormai il sole era tramontato, dopo averlo visto solo per un momento tra le alte e fitte fronde, e che col buio era arrivato l'alito gelido della notte. Si addormentò affamata dietro un cespuglio, perché nelle tenebre non vide le bacche di cui era pieno, e dopo una notte senza sogni si risvegliò che il sole era già sorto. Passò allo stesso modo il secondo giorno, poi il terzo, finché all'incombere del quarto vespro si accovacciò sudata e debole dietro lo stesso cespuglio di bacche. Consumata più dalla sete che dalla fame, si accontentò di mangiarne qualcuna e il suo stomaco ebbe infine lamentosa requie, mentre i pensieri la annegarono in un tempo lontano da quella sera, calandola in un luogo assai diverso dalla carne.In preda alle nebbie della confusione, si alzò da terra per riprendere il cammino e quando fece per raccogliere qualche altra bacca da consumare durante il viaggio, impietrì alla scoperta di non trovarne alcuna, perché il cespuglio era invece affollato di stelle. Queste ricambiarono lo sguardo di Mamath e la loro luce si mosse di concerto alle sorelle che in alto sorreggevano la volta celeste, facendosi architravi di una notte cui il completo silenzio conferiva sinistra pesantezza. Mamath si accorse allora di non provare più fame, né sete, e lasciò che ciò che lei percepiva come corpo la guidasse verso una meta precisa, là dove brillanti gocce d'argento cadevano dal cielo a formare una pozzanghera di luce, dopo aver scavato solchi tra astro e astro come acqua tra le creste della volta rocciosa di una caverna. Nell'avvicinarsi a quella visione, Mamath non percepì il rumore dei propri passi e non se ne sorprese.Alla pozzanghera stava bevendo un lupo dal pelo ispido, magro come lei, che sentendosi osservato si volse e subito emise un ringhio basso. Mamath lo guardò negli occhi e venne da essi trapassata: non soltanto la sfida bruciava infida nelle pupille dell'animale, ma anche la luce dorata delle stelle più antiche, il colore dei cancelli che separavano i palazzi abbacinanti di Ik Ki da tutto ciò che è freddo e oscuro. Si avvicinò alla bestia incurante degli avvertimenti, senza desistere anche quando essi si erano fatti più frequenti, e il lupo ormai la fronteggiava apertamente, avendo perso interesse per la pozzanghera. Mamath si accovacciò per non doverlo guardare dall'alto e attese che le distanze si riducessero ancora; ma il lupo aveva tirato fuori i denti e assunto una posa ostile, pronto a saltarle al collo. Lei sentì in quel momento il richiamo di Szotlan, che tanto tempo prima aveva infettato il sangue dei viventi col demone della paura, ma lo cacciò indietro perché sentiva che anche il lupo ne era affetto. Con lentezza gentile si strinse un seno e lo avvicinò alla bocca del lupo, che dopo lungo attendere, confuso più da quel gesto che dalla pozzanghera di luce stellare in cui stava dissetandosi, si protese e lo dilaniò col secco serrarsi delle fauci aguzze. Mamath cadde a terra con le mani sul petto sanguinante, mentre la bestia la fissava masticando il pasto e irrorava di sangue il terreno su cui i denti sgocciolavano. Fu proprio l'animale ad avvicinarsi alla preda, annusandola là dove l'aveva colpita, senza mai sbattere le palpebre. Ancora una volta la meraviglia di quella luce dorata vinse la carne e il cuore di Mamath, che si protese ancora una volta verso l'aggressore, porgendogli l'altro seno. Il lupo considerò l'offerta, poi scoprì i denti e rapidamente come era sorta l'idea di morte, allo stesso modo si calmò. Il muso si attaccò alla mammella e in un attimo tornò il cucciolo che era stato, dissetandosi col latte della vita e del tempo e lasciando a esso il compito di scacciare la fame e la solitudine che avevano fatto pustola nel suo cuore.

mercoledì 10 giugno 2020

La Semina -XXXVI-

Al principio della sua opera più grande, Indh informò gli altri dràna che non avrebbe avuto bisogno di loro e si diresse in solitudine al centro dell'isola, dove non c'era altro che vita giovane e ancora molto debole. Al suo incedere si levò il ronzio di creature invisibili, soffocate man mano dal gelo che irradiava l'occhio blu dalla pupilla d'argento. Appena le due voci di Indh si accordarono nella nota della plasmazione, tutto il resto tacque e al contempo ogni brano di Materia attorno fu come irretito dal filo di quella nota, mettendosi in moto. Drenate le risore necessarie dall'isola che a quella violenza reagì con gioia selvaggia, perché ogni pianta prosciugata e ogni animale ucciso veniva poi sostituito dalla terra con un esemplare assai più forte, Indh le condensò attorno al calco del ricordo di Shintara: sotto un torso aggraziato cesellò due gambe che lo sorreggessero, poi ricavò braccia e mani dalle spalle delicate; infine, quando venne il turno della testa, il dràna pensò che Shintara non fosse capace di riconoscere la propria immagine, ma la associasse invece a quella di Ulm'andher. Allora raccolse in sé il genio visionario della sua specie e plasmò un volto che non solo somigliasse a quello della Vergine, ma fosse anche unico su Ama Nundra Mun per simmetria e bellezza. Nel momento in cui le ciglia smisero di crescere sulle palpebre chiuse, Indh colse il più bello dei fiori di carne che gli erano sbocciati intorno e lo pose sotto il naso della sua creazione, dandole le labbra.
Alla fine del canto, quando le due voci di Indh tacquero, il risultato di quella sinergia aveva creato l'essere che sarebbe stato capostipite della più alta razza mortale, ed essendo "la prima" di tutte le opere di Indh, il suo creatore la chiamò dunque Mamath. Ma plasmarle un nome si rivelò presto insufficiente a infonderle la vita, e di conseguenza il dràna si risolse a chiamare i suoi fratelli e sorelle per dare forza alla Pronuncia. Fatalmente, nemmeno l'unione di così tante voci riuscì ad aprire gli occhi alla più spenta delle bellezze, e in Indh montò una collera inconsolabile al cui esplodere tutte le presenze su Ama Nundra Mun si piegarono, tranne una. Come rispondendo al richiamo dei disordini che osavano levarsi sul suo quieto giardino, sull'isola si posò un velo di ombra rossa, sorretta al suo zenith, con una tale forza da esserne quasi ferita, dall'altissima sagoma di Ar Tlanèrva. Al suo comparire Indh si affrettò a profondersi in atti di sottomissione e varie giustificazioni, cantando di come la razza dei dràna, nata dalla morte e dalla devastazione della Caduta, fosse incapace di infondere la vita. Sentite queste cose, Ar Tlanèrva si avvicinò a Mamath per poterla osservare meglio e in un attimo capì cosa doveva essere fatto. Si ferì a un dito e la stilla di sangue che ne nacque la lasciò cadere sulla carne inerte, che la assorbì assetata.
Quando gli occhi dell'essere si aprirono, il sole sembrò sorgere in fretta dall'orizzonte a oriente, e tutte le correnti marine cambiarono direzione per infrangersi sui litorali dell'isola. La prima cosa che Mamath vide fu il volto di Ar Tlanèrva e non ne ebbe paura, ma anzi cercò di avvicinarlo ancora un po' alzando e allargando le braccia per accoglierlo. Ma Ar Tlanèrva giudicò che l'opera di Indh fosse compiuta e la sua ombra vermiglia si infilò tra le pieghe del cielo per sparire poco dopo, mentre tutte le cose ripiegavano nel comodo grembo del consueto. I dràna si avvicinarono a Mamath e tentarono di toccarla in ogni modo, di porle delle domande nella lingua di Zatàmana, ma lei non conosceva ancora il linguaggio e non sapeva come interpretare la realtà in cui era appena nata. Di fronte alla sua confusione, Indh la accompagnò fuori dall'isola e le indicò la strada per il mondo. Acconsentendo, e non obbedendo, Mamath mosse i suoi primi passi sul volto di Ama Nundra Mun e da lì ebbe inizio la sua epopea alla ricerca di risposte a domande che non si era ancora posta.

mercoledì 3 giugno 2020

Sussurri della Mietitura -XXXV-

Tale era l'attonita contemplazione cui l'essere si prestava che il corpo di Ahn sembrò svuotarsi, e tutto attorno al mondo fino agli alieni recessi del cosmo la Materia si zittì. Allora il blasfemo levarsi delle voci di Zatamana lenì il turbamento di Ahn, che riprese coscienza del suo posto nell'ordine naturale delle cose e il suono rifiorì in ogni dove. Trovandosi d'accordo su quanto andava fatto, i due Eterni intrecciarono le loro voci e i Quattro Codici furono incisi nella carne dell'essere, ciascuno rispettivamente in uno dei suoi quattro arti. A coronamento della cerimonia, la convergenza delle voci della Materia e del Coro forgiò il nome Ar Tlanèrva, "che scorre" come sangue da una ferita aperta, e lo pose in guisa di diadema sulla testa dell'essere. Esso fu il Quinto Codice del cosmo e connaturò gli altri quattro al potere già enorme di Ar Tlanèrva, che li esercitò subito per scrutare gli abissi marini alla ricerca dell'usurpatore Ulm'andher; quando fu chiaro che il dràna non era a fianco di Tlaotlican, e che Shintara era dunque stata ingannata, Ar Tlanèrva volse lo sguardo tremendo là dove Indh tentava di nascondersi sfruttando tutte le astuzie che le sue due voci gli consentivano. Niente però trascendeva la potenza detenuta dall'incarnazione dei Cinque Codici, e il dràna fu ghermito e presto ridotto alla dignità di un ciuffo d'erba.
Prima che la presa lo schiacciasse lentamente fino alla morte, Indh propose ad Ar Tlanerva un patto: se gli fosse stato permesso di vivere su Ama Nundra Mun insieme ai suoi simili, avrebbe omaggiato Ar Tlanerva con una creatura cui affidare la cura del volto della terra, un essere nato al di fuori dell'Abbraccio, fatto a immagine e somiglianza di Shintara. La risposta che ne ricevette fu la liberazione dalla stretta e nulla più. Ar Tlanerva gli volse le spalle e tornò da Ahn e Zatamana, che attendevano di conoscere cosa sarebbe stato di loro, del mondo e del cosmo. Rispondendo al comando dei Quattro Codici, il mare e la terra, e tutte le creature da essi generati chiamarono Ahn perché le loro voci tornassero a mescolarsi, mentre a Zatamana chiesero che le cose naturali avessero moti di principio e di fine tracciati da cicli eterni. Ahn prese dunque commiato tornando ad avere la semplice ma vitale identità di voce della Materia, mentre Zatamana andò a prendere posto sul trono al centro del cosmo, là dove il confine tra luce e buio produce un velo che non si trova da nessun altra parte, e tramite il Coro dirige il moto dei corpi celesti e intreccia l'entropia al tessuto dell'esistenza.
Lasciato al fardello della sua stessa promessa, Indh raccolse i suoi simili e li guidò attraverso il deserto della Caduta verso oriente, seguendo la luce dell'aurora finché non arrivarono su un'isola. Lì usò le sue due voci per emulare Ahn, quando il suono plasmò Ama Nundra Mun da un brandello di Materia, e così creò la forma dell'essere che aveva promesso ad Ar Tlanerva. 
Così si concluse la Mietitura e il Primo Ciclo.

mercoledì 27 maggio 2020

Sussurri della Mietitura -XXXIV-

Quello che Indh intese come dono, e anche tra i più preziosi, per Shintara certamente non lo fu. Le cantò infatti chi fosse Ulm'andher in verità, un dràna senza fede che si era avvicinato a lei non soltanto per poterla dirigere contro i propri nemici, quegli Xenwa che avevano occupato il suo spazio votato al caos, ma anche per poter prendere il posto della Vergine alla destra di Tlaotlican negli abissi marini. A quelle rivelazioni, vedendola combattuta, Indh le disse di andare a controllare di persona e così fu; Shintara si diresse al suo giardino e arrivata allo scoglio su cui aveva compiuto l'Ascesa, guardando nell'acqua che il sonno di Tlaotlican rendeva priva di increspature e quindi limpida, vide un volto che la fissava. Non avendo però mai avuto coscienza della propria immagine se non nell'incarnazione di Ulm'andher, che era stato scaltro a usarla per guadagnarsi la sua fiducia, Shintara non si riconobbe. Una nuova forma di dolore la ridusse in ginocchio, e lunghe ombre di straziante tristezza alimentarono pensieri sempre più cupi e sinistri. Chiedendosi perché il padre l'avesse sostituita, si rispose che era quella la punizione per aver rifiutato tante volte il suo aiuto. Allora le tornarono alla mente le parole di Ulm'andher prima della battaglia contro Rasseth, quando le promise che non l'avrebbe mai più rivisto se gli avesse lasciato il primo assalto. In quel momento la Vergine accolse l'abbandono, l'odio e conobbe il tradimento. Si rivolse al mare e fece per maledirlo, ma neanche un suono fu emesso perché in lei non albergava voce. Uno degli Eterni, guardandola, lasciò il perfetto e immobile consesso cosmico della sua razza per poterle stare accanto, mosso a commozione dalla bellezza di quel muto dolore. Egli si fece pioggia vermiglia e cadde sul Letto della Vergine, grondando dai rami e sgocciolando dalla punta delle foglie, tracciando lacrime rosso sangue sul volto di Shintara. Fu così che Szotlan e la Vergine si innamorarono.
Intanto, dai recessi del cosmo eruppe la voce di tutte le cose che danzando tra astri e vuoti, blandendo il freddo della tenebra tanto quanto il caldo della luce, invocò l'attenzione degli Eterni sul destino di Ama Nundra Mun. Ahn parlò per prendere atto della fine di un'era di miserie e di dolore, in cui gli esseri superiori di cui faceva parte si erano abbassati all'inimicizia, all'avidità e alla violenza. Ma Ik Ki e Drà persero ben presto interesse per quelle parole, perché l'equilibrio dell'Eterno Conflitto era stato da tempo ripristinato e non desideravano altro che proseguirlo, nella solitudine della loro duplicità. Ahn si rivolse dunque agli altri Eterni, ma Szotlan era distratto dall'amore, mentre X'En covava inesauribile furore intrappolato nella rete di Rasseth, condannato a trasmettere la propria luce a tutto ciò che desiderava distruggere. Ahn cercò il parere del suo creatore Lhé, ma pur spargendo in ogni dove la risonanza del suo nome, senza ricevere risposta, alla fine prese atto che il capostipite della schiatta eterna, il motore originale che aveva dato impulso alla Materia, era scomparso. Restava Zatàmana, le cui voci tacevano fin dall'atto di creazione dei dràna e che aveva aspettato fino ad allora, paziente e sornione, che gli eventi si sviluppassero secondo una precisa sintonia. I due Eterni furono d'accordo sulla necessità di creare un nuovo ordine attorno ad Ama Nundra Mun, in funzione dei Codici e a vantaggio dell'Abbraccio. Scesero insieme sulla terra e già la loro venuta liberò la vita che la Caduta aveva annichilito: là dove regnava il silenzio sterile e arido, subito si levò il sussurro del vento e quello dell'erba che cresce; piante e alberi si liberarono dalla sabbia e svettarono con rabbia verso il caldo sole, quasi a schernirlo, mentre dalle caverne e dai boschi uscirono timidi i nuovi figli dell'Abbraccio. A quel punto Ahn lanciò nell'aria il nome di Shintara, perché desiderava conoscerla e coinvolgerla nel fato del mondo per cui lei aveva lottato. Colei che si presentò alla sua presenza e a quella di Zatàmana non era però Shintara. Non più.
L'essere era il frutto dell'amore sacrilego tra la Vergine e Szotlan ma non conservava sembianze nè dell'uno, nè dell'altra. La loro copula aveva riunito la carne e il sangue del creatore e formato un nuovo Eterno, senza nome perché non più vergine, pronto a ereditare la terra e a fare dei Codici il suo scettro. Su tutta Ama Nundra Mun sparse un mantello di ombra rossa e sotto di esso gli animali si riunirono per imparare a odiarsi e per concepire le future generazioni. Ahn ne osservò con sgomento la grandezza; Zatàmana invece non disse nulla. Non ce n'era bisogno, perché ogni cosa si stava muovendo nella direzione che il Coro aveva cantato.

mercoledì 20 maggio 2020

Sussurri della Mietitura -XXXIII-

Per la prima volta da quando l'Abbraccio era stato composto, Tlaotlican si sottrasse completamente ad esso: la massa d'acqua che prendeva corpo nei mari giovani e nei timidi rigagnoli del giardino fu chiamata a proteggere tutti i suoi letti e si levò compatta, a formare un fitto di aculei ispidi che crebbero veloci e rigogliosi come una foresta traslucida. Lance d'acqua su cui il bagliore di X'En regalava una patina di splendore sacro si allungarono ben oltre la vetta dove Shintara ancora giaceva in ginocchio, e costruirono la volta di un cielo nuovo, contrapposto alla massa di fuoco che stava rovesciandosi con furia di sussurri blasfemi e crepitio di folgori. Lo scontro tra i due Eterni fu più brutale della prima volta, quando soltanto l'orrenda genesi dei Dràna era riuscita a fermarli, e i venti dell'impatto si rovesciarono carichi di dolore sulla terra inerme, contaminandola. L'acqua e il fuoco si consumarono con odio e violenza, ma non un singolo brano di distruzione stavolta arrivò al suolo, perché Tlaotlican aveva memoria dell'originale sofferenza dell'amata e mai avrebbe permesso di vederla ancora in pena. Trasse forza dal lottare per lei, mentre X'En condusse una lotta più semplice, interamente votata al perseguimento della propria natura. Nel momento in cui i duellanti persero vigore, le lance di Tlaotlican iniziarono ad accasciarsi una dopo l'altra sulla terra, e lentamente specchi d'acqua stanca si diffusero su Ama Nundra Mun, che con gioia li accolse di nuovo; il corpo di X'En invece diventava sempre più piccolo, e sempre meno tuoni erompevano dall'accendersi della sua ira. Quando i mari si erano ricomposti e in cielo non c'era altro che una chiazza di luce incoronata da fiamme rosse, Shintara riprese la postura e alzò la testa. Afferrò la rete e dopo averla fatta roteare sopra di sé, risucchiando tutti i venti che avevano torturato Ama Nundra Mun, la lanciò sul nemico spossato e lo intrappolò al suo interno.
Sentendosi costretto in una condizione che gli era innaturale e umiliante, X'En tentò subito di ribellarsi ad essa, e tanto più una parte della sua forza veniva ripristinata dalla rabbia, quanto meglio la rete riusciva a contenerlo. Allora Shintara lo lasciò lì, al centro del cielo, a illuminare l'Abbraccio senza però la possibilità di distruggerlo. Discese poi il monte da cui X'En e gli Eterni erano stati sfidati, e una volta alle sue pendici lo distrusse con un colpo dello scudo. Tra i figli che sarebbero nati dall'Abbraccio nella pace appena seminata, nessuno avrebbe così avuto modo di raggiungere la vetta e liberare X'En dalla rete, né di sfidare il cosmo e i suoi regnanti. Shintara attese che l'amore tra Tlaotlican e Ama Nundra Mun riprendesse il suo moto, e quando X'En scomparve dietro l'orizzonte a occidente, dove le Montagne Nere si alzavano imponenti e inconsapevoli della loro terribile deformità, prese lo scudo e lo lanciò verso le stelle. Lì Gargalos per sempre giace, pacifico e amorevole nel suo sguardo pallido verso la terra, ispirando il canto delle creature e sollevando le maree quando Tlaotlican, ancora stanco per la lotta con la Fiamma Immortale, non riesce ad accarezzare l'amata.
La Vergine giudicò che fosse arrivato il tempo del riposo e si diresse verso il suo giardino, ma una voce sbocciò vibrando dalla quiete della notte e strisciò su di lei, precedendo l'essere che apparve sul sentiero. Tutto ciò che Shintara riuscì a vedere, però, fu soltanto un occhio azzurro dalla penetrante pupilla d'argento. Indh le parlò col coro delle sue due voci e lei, stanca di guerra e di sospetto, si convinse ad ascoltarlo. Imparò allora che durante la Caduta, lui e i suoi simili avevano creato col canto un luogo al riparo dagli Xenwa e dalla loro distruzione, e che per loro era arrivata l'ora di riprendere lo spazio vitale che Ama Nundra Mun gli aveva concesso. Indh riconobbe la vittoria di Shintara e come atto di sottomissione le consegnò un dono.

mercoledì 13 maggio 2020

Sussurri della Mietitura -XXXII-

Lo scoccare del tendine liberò il maleficio di cui era intriso e lo fece sfrecciare invisibile verso l'inerme Sei Ali.
Questi ne fu pervaso più che colpito, perché la voce che Shintara aveva sentito al momento dell'attacco ora si diffondeva come un morbo nel corpo di Rasseth, corrodendone la luce. La voce lo convinse che tutto era perduto perché niente era mai stato in suo possesso, né la sua esistenza, né tantomeno le ali di cui tanto andava fiero; lo informò sul destino degli Us'fulum e su cosa sarebbe successo da quel momento in avanti, fino ai tempi lontanissimi della fine di ogni cosa. Rasseth perse il senno cercando di mantenerlo, e urlando ai cieli stellati emise la sua ultima luce, precipitando infine sulla terra che aveva corrotto senza mai toccarla. Vedendolo sconfitto ma ancora lamentoso, umiliato ma energico nell'esercizio della follia con cui l'arco l'aveva trapassato, Shintara afferrò le sue ali e una dopo l'altra gliele strappò dal corpo; Rasseth spirò prima ancora che una sola goccia di Nuharon toccasse il suolo. Così finiva l'odioso regno dei Triarchi, e con essi i miasmi di fuoco che originandosi dalla Caduta si erano propagati come pustole sul volto di Ama Nundra Mun, rendendo decrepito ciò che era nato bello sopra ogni altro esemplare di Materia nel cosmo, spargendo una luce di morte nella notte che i Gemelli rendevano eterna con la loro lotta.
Shintara prese le ali di Rasseth e ne fece una grande rete, poi con essa e il resto delle sue armi raggiunse la vetta da cui Indh aveva sfidato gli Eterni. Da lì si rivolse ai vuoti esibendo i suoi trofei: mostrò il possente Gargalos, nato dalle ossa di Lhe e ora ridotto a scudo della Vergine; mostrò l'arco fabbricato col corpo di Hieralw, che in principio fu nervo del primo fra gli Eterni; infine sollevò l'ultima delle sue armi, la rete costruita con le ali di Rasseth, che del Triarca erano state forza e orgoglio, e prima ancora come pelle avevano protetto la carne di Lhé. Allora dallo stomaco del cosmo si levò un'aura torrida e poi una luce, prima discreta e innocua come una delle stelle che le brillavano intorno, poi più grande e nitida, e il suo colore non poteva ingannare Shintara perché lei più di tutti, più di Drà e dei suoi figli, aveva imparato a odiare il fuoco. Dopo aver estinto la luce degli Xenwa, era tempo di affrontare il loro ascendente e dunque mondare per sempre l'esistenza da coloro che minacciavano l'Abbraccio.
Si sollevò lungo il monte il sussurro cui Shintara era più affezionata, e quando infine la raggiunse sulla vetta lei si decise ad ascoltarlo: dal profondo degli abissi neri che l'avevano istruita, fino alle creste bianche delle onde irrequiete, Tlaotlican le offrì aiuto. Le parlò con la pazienza di un padre, mentre X'En nel suo avvicinamento si faceva sempre più grande e già gli alberi e i prati del Letto della Vergine iniziavano a soffrirne.
Per Shintara fu come se l'acqua avesse pulito lo strato di rabbia e ferocia che la opprimevano, e improvvisamente le vennero a mancare le forze. Cadde in ginocchio, distolse lo sguardo dal fuoco che aveva invaso tutto il firmamento, e pianse. Le lacrime caddero dalla vetta del monte, scavarono un solco nella roccia e si mischiarono al mare cui appartenevano. Tlaotlican ebbe così la sua risposta, e innumerevoli spire di azzurra acqua presero la via del cielo per farsi lance della terra.