mercoledì 21 ottobre 2020

La Fioritura -LV-

 Guidati da Iskravul, la cui chioma avvampava senza bruciare, Nilqa e Ulm'rahktan abbandonarono il campo di spighe e percorsero uno stretto corridoio di roccia calcarea costeggiato dal nulla, e al nulla diretto. Nel percorrere l'angusta via, Nilqa ebbe l'occasione per riprendere il controllo dei suoi pensieri e delle sue pulsioni, facendosi di conseguenza più fosco; tutto ciò che sarebbe stato da quel momento in avanti gli divenne chiaro. La risonanza del male appena gemmato rizzò i peli sulla schiena del gatto che lo precedeva innanzi, seguendo l'imperturbabile Iskravul nella tenebra ricacciata dall'avanzare del suo straordinario pallore. A un tratto, il buio si spalancò come una porta e rivelò il mondo che fino ad allora aveva nascosto: una distesa di ruggine e sabbia ospitava monoliti alti fino al cielo, popolato di stelle che avevano la forma e il colore del fogliame boscoso; al limitare di questa terra scorreva il fiume che Nilqa aveva sentito mentre scendeva la montagna, e che ai suoi occhi appariva bianco e denso.

"Cos'è quel fiume?" chiese, ignorato.

Iskravul poggiò un ginocchio in terra, affondò la mano nella sabbia e ne trattenne un pugno. Si avvicinò quindi a uno dei monoliti e lo percosse con la ruggine che aveva sottratto al suolo. A ogni colpo, il monolite si destava come da un sonno, e dalla pietra esalavano respiri incandescenti. Rapito e al contempo sconcertato da questo processo, Nilqa fu dilaniato tra la necessità di sapere e il desiderio di non mescolarsi a quella blasfemia, e dunque passò oltre per avvicinarsi a ciò che in principio aveva attratto i suoi sensi e che continuava a chiamarlo col tuono del proprio corso. Il fiume bianco scorreva con impeto nella valle rugginosa, incanalato verso una meta sconosciuta e tuttavia rispettoso dei suoi argini. Una volta sulla sponda, Nilqa ebbe molta difficoltà ad accovacciarsi per osservare il fiume da più vicino, ché le ossa gemevano ormai come legno marcio. Prima però che il dito avvizzito toccasse la bianca superficie, Ulm'rahktan lo interruppe chiamandolo piano. "Nilqa" disse "perché non credi a ciò che vedi?"

Nilqa annaspò con fatica, senza riuscire a tirarsi su né a chinarsi ulteriormente: "Al vedere, io credo. Al toccare, io conosco."

Allora il gatto inclinò la testa su un lato, osservandolo con stupore verace "Ma tu lo sai, figlio di Tenqar, che questo è latte. Lo riconosci dall'aspetto, lo senti dall'odore, eppure dubiti."

"Cosa c'è di male nel dubbio?" rispose il vecchio, i cui occhi mai abbandonavano il flusso del fiume "dubitare non ruba valore alla materia, ma le restituisce una promessa di prospettiva."

In quell'istante, fu come se tra gli occhi già prodigiosi di Ulm'rahktan se ne fosse aperto un terzo, quello che Mamath aveva fatto nascere e che in seguito alla di lei distruzione si era chiuso. Pur nel desiderio viscerale di rispondere, il gatto scoprì di non poterlo fare, perché il ricordo dell'amore pulsava ancora come carne lacerata e la mestizia gli aveva soffocata la voce. Così si limitò a osservare Nilqa nell'atto di toccare il latte, cosa in cui sarebbe riuscito se qualcos'altro alle loro spalle non si fosse imposto con forza. Prima li toccò una prepotente vampa di calore, poi una luce fredda invase terra e volta celeste rendendole sue pallide propaggini, tanto che financo il fiume latteo cessò di essere il pezzo più brillante di quel luogo. Iskravul aveva fatto del monolite una colonna di fuoco assai alta e vitale, e nel guardarla per il tempo di un battito di ciglia Nilqa aveva già perso parte della propria vista. Coprendosi gli occhi doloranti, si avvicinò al grande fuoco e chiese a Iskravul dove fossero gli schiavi promessi.

Il figlio di Vlada, che nelle iridi aveva sangue e fiamme in egual misura, guardava nel suo abbacinante monumento come Ulm'rahktan nelle tenebre. Prese poi la mano di Nilqa e lo forzò ad avvicinarsi alla luce, senza rispondere o pronunciare formule rituali. Per quanto però Nilqa cercasse di resistere, la sua miseria non gli permetteva di contrapporsi al potere di Iskravul, che senza sforzi gli spinse la mano nella colonna di fuoco. Il vecchio soffrì un tormento più intenso e feroce dello stesso braciere, gridò al cielo, pianse con amarezza e persino arrivò a pregare Iskravul di risparmiargli la pena, ché la ricompensa non ne era all'altezza; ma il figlio di Vlada attese fintanto che doveva, tenendo nel fuoco ciò che restava dell'arto finché non ci fu più nulla da bruciare e Nilqa cadde a terra, con un moncherino carbonizzato al posto del braccio.

La colonna di fuoco arse appagata, soffiando verso le stelle. Iskravul immerse le braccia in essa e dopo aver trovato qualcosa cui aggrapparsi, strattonò con tutta la forza di cui il suo corpo traboccava e dalle fiamme fu così estratto il corpo del primo schiavo. Egli era di un colore esangue, spento come metallo inerte, e gli occhi teneva chiusi perché non aveva ricevuto ordine di aprirli; non portava i segni del fuoco, né sul volto la sofferenza cui il suo padrone era invece soggiogato. Come lui un altro schiavo fu tratto dal fuoco, poi un terzo e altri ancora, e a ogni estrazione la colonna si abbassava e appassiva, diventando una languente brace poco più calda dei corpi che aveva forgiato, ormai moribonda quando l'ultimo degli schiavi fu estratto. Privato della luce delle fiamme, Nilqa si sentì circondato da sagome cui non riusciva a dare contorno né senso, e dunque si rivolse a Ulm'rahktan, che sapeva essergli vicino. "Chi sono questi che mi fissano senza guardarmi? Perché non hanno l'odore dei vivi?"

"Hai ciò che hai chiesto" rispose il gatto, provocando sul viso di Nilqa una contrazione orrenda.

"Perché mi hai ingannato, figlio di Vlada?" gridò Nilqa, deturpato tanto dalla rabbia quando dal dolore "Come farò a ottenere ciò che voglio senza la mia mano forte? E come farò a godere della mia opera, se a causa del tuo sortilegio non vedo più?"

Iskravul, che si era deterso il sudore dalla fronte per la spossatezza della forgiatura, non rivolse sentimento alcuno al povero vecchio che lo aveva apostrofato, ma parlò con la calma che era sua tempra e materiale, come il metallo lo era per le sue opere. "Ti ho dato ventisette schiavi, ognuno di essi dotato di ciò che tu ritieni io ti abbia sottratto. Soltanto la voce ti è necessaria per comandarli e quella la conservi insieme al senno. Tu sei invero la creatura che ha di più, e ti lamenti come se disgrazia fosse tua madre."

A quelle parole il querulante non osò contrapporre fiato: non un'altra lamentela o un doveroso ringraziamento, e nemmeno un commiato. Ordinò ai suoi servi di aiutarlo ad alzarsi e una volta in piedi si rivolse a Ulm'rahktan "Conosci la strada del ritorno?"

"La conosco" disse il gatto.

"Allora sono io a chiederti compagnia, questa volta"

"Segui il corso latteo, ma resisti alla tentazione di bervi." lo avvertì Ulm'rahktan.

A Nilqa quelle parole per una volta bastarono e le portò con sé, mentre il rombo del bianco fiume lo conduceva lontano dal luogo del suo supplizio. Una volta che fu distante, seguito da quelle mute ombre che erano i suoi schiavi, Iskravul si rivolse finalmente a Ulm'rahktan "Se egli possedesse il mondo, o se fosse capace di crearne uno di suo gradimento, poi guarderebbe alle stelle con stupore e invidia, e tutto ciò che fino a quel momento gli ha dato felicità e ricchezza diverrebbe polvere."

Il gatto tacque e Iskravul capì che non aveva nulla da obiettare, perciò continuò "Perché allora lo segui, maestro?"

La risposta di Ulm'rahktan si legò al suono dei passi lontani, restando viva mentre lui si confondeva alla tenebra. "Una promessa di prospettiva"

mercoledì 14 ottobre 2020

La Fioritura -LIV-

 Pur avendo da poco iniziato il viaggio insieme, Nilqa e Ulm'rahktan furono presto soffocati dalla ricchezza che il corpo della montagna ospitava, e che come essa traeva bellezza dalla sua natura immobile. Dapprima, siccome erano ancora alti, passarono tra due feritoie, poste agli opposti lati della scala, che scambiandosi aliti di vento dall'esterno sembravano produrre bassi bisbigli di segretezza. Nilqa cercò di carpirne i segreti, ma per quanto si sforzasse non era capace di tradurre ciò che sentiva, e dunque pur ammirando la perfetta casualità che aveva dato i natali a quel fenomeno, maledisse la volontà che aveva prodotto la luce tenendo all'ombra chi avesse cercato di carpirla. Questo lo fece ad alta voce, lamentandosi col suo silenzioso compagno di viaggio; Ulm'rahktan dal canto suo pensò che soltanto gli esseri incapaci di udire il Coro vedessero caso e volontà non soltanto uniti nel concetto, ma finanche dipendenti l'uno dall'altra, e provò pena per quella sofferenza.

La scala li condusse poi per un largo antro che assorbiva ogni rumore e in cambio dava ineluttabilità, senso di fine, come bocca di feroce creatura. Eppure, sebbene fossero arrivati assai lontani dalla sommità del percorso, dove la luce emanata dal sole di metallo andava spegnendosi, ogni forma aveva superficie visibile e angoli ben delineati. Nilqa ne fu contento, perché la vista gli era debole e i piedi malfermi, ma nell'attimo in cui l'equilibrio mancò strattonandolo verso il buio lato della scala, la mano si poggiò su una parete che fino a quel momento aveva creduto essere il vuoto. Ulm'rahktan notò la sua meraviglia e gli disse che un giorno i suoi discendenti avrebbero lavorato quel materiale, e che ciò li avrebbe arricchiti ed elevati; ma Nilqa capì di non poter aspettare, ché la scoperta doveva essergli subito assecondata e il possesso garantito. Allora Ulm'rahktan lo ammansì rivelandogli che quanto aveva bramato fino a quel momento, dal sole di metallo alle feritoie sussurranti, finanche alla scala declinante al misterioso fondale, erano artefatti il cui creatore giaceva al termine del viaggio. Rinfrancato dalla lieta novella, perché assai più preziosa dei tesori stessi, Nilqa proseguì la discesa senza altra rimostranza proferire, pur lanciando rade occhiate al sole di metallo, come un viaggiatore alla stella di casa, e tenendo la mano nodosa sulla parete che costeggiava la scala, quasi a sincerarsi che non fosse frutto di un'illusione.
Giù per la gola della montagna arrivarono ai suoi tetri intestini, dove il lembo di luce loro anfitrione spirò, lasciando al suo posto l'eco di un rombo gorgogliante e soffocato. Nello sconforto della cecità, Nilqa pretese di sapere da Ulm'rahktan dove si trovassero e cosa fosse quel suono. Essendo incarnazione della notte, il gatto non condivideva il disagio del suo compagno per la tenebra, e disse "C'è un fiume che scorre dietro la roccia e ciò che tu senti è il suo respiro. Serve a condurti dal suo creatore."
Placato il fuoco del tormento, il vecchio però ebbe a fargli notare che il suono non era utile a camminare nel buio, tanto più su una scala.
"Dunque, dopo aver sacrificato la tua giovinezza, il tuo vigore e la tua grazia, camminare al buio ti sembra spaventoso?"
Così rispose Ulm'rahktan e l'altro con saggezza ingoiò la bile. Tenendo le orecchie ben tese al respiro del fiume, discesero la scala senza sapere se all'esterno fosse giorno o notte, senza intuire se gli alberi avessero iniziato a fiorire o ad appassire, perché lì dov'erano tutto era sospeso. Ogni cosa era cristallizzata nella sua propria assenza, eccetto che il suono del fiume, che stava iniziando ad affievolirsi; e tanto meno era ghermito dalle orecchie, quanto più ai viaggiatori si manifestava la fine della scala. Era un pezzo di terra circolare abbracciato dal vuoto, e in esso iniziavano ad affollarsi alte spighe color del sole. Senza sapere se fossero esse stesse fonte di luce, o la traessero da un misterioso dove, Nilqa scoprì che il solo ammirarle aveva lenito i dolori del viaggio e della sua infausta condizione. Poi vide che tra le spighe si aggirava qualcuno, bianco come la neve e dai capelli di un rosso inconfondibile. Subito lo chiamò "Figlio di Vlada!" ed egli si girò, in attesa. Quando Nilqa lo raggiunse e potè guardarlo meglio, vide che anche i suoi occhi erano pregni del color del sangue e ne fu intimidito.
"Invero sono Iskravul, figlio di Vlada"
Il vecchio si profuse in un saluto rispettoso e si presentò come "Figlio di Tenqar, Uno dei sette primogeniti", ma Iskravul non ne fu colpito e disse solamente "Tu sei colui il quale ha camminato sui capelli di mia sorella Zernavul. Gli altri titoli non mi interessano"
Nilqa guardò Ulm'rahktan, fino a quel momento silente e ignorato dal figlio di Vlada, e pretese di sapere come fosse stato possibile creare il sole di metallo, di cosa fosse composta la parete che lo aveva salvato dalla caduta e che cosa fossero quelle spighe luminose in cui erano immersi. Tutto questo voleva conoscere, ma Iskravul gli guardò a fondo negli occhi stanchi e annuì tra sé e sé, trattenendo nel silenzio valutazioni molto severe. Poi rispose.
"Io e te condividiamo un'ascendenza, giacché sono tuo fratello per parte di padre. Quello che io posso creare, tu e i tuoi discendenti potrete farlo con altrettanta perizia"
Nilqa assorbì la rivelazione come acqua che ingloba un sasso in essa caduto: dopo un'increspatura leggera, figlia della sorpresa, la sua ambizione tornò a equilibrarsi prendendo il sopravvento su quanto era rimasto degli altri sentimenti. "Dimmelo, Iskravul"
Il figlio di Vlada si avvicinò al vecchio col suo corpo vigoroso, svettando sulla carne rovinata del suo ospite e nelle iridi sanguigne il risentimento guizzò come scintilla. "Di tutte le cose che chiedi, solo una te ne darò, perché sei mio fratello. Ma essa sia anche il prezzo da pagare affinché io non ti veda mai più, quindi decidi con attenzione la tua prossima richiesta"
Nilqa non ebbe alcun dubbio e chiese chiaramente "Col metallo che io desidero, forgiami una pletora di schiavi obbedienti, perché il metallo da solo può cambiare padrone, ma essi non lo faranno"
Sentita la richiesta, né Ulm'rahktan né Iskravul mostrarono sorpresa alcuna, ma anche allora non si scambiarono sguardi o verbo. Le spighe oscillarono piano, come obbedendo al sospiro che uscì dalle labbra del figlio di Vlada.
"E sia."

mercoledì 7 ottobre 2020

La Fioritura -LIII-

 Fedele alle parole del padre, Nilqa entrò nel territorio della montagna passando dall'arco dei due alberi e verso sera fu al riparo del bosco, attratto come tutte le creature dalla luce lunare emanata dalla pozza d'acqua. Lì la sua sete lo confuse agli altri assetati, e finché essa non fu soddisfatta egli non si vide dissimile dagli ungulati, dai ruminanti e dai rettili ivi concentrati in quieta assemblea, indi si appoggiò contro una quercia e cullato dai versi di tutti quei compagni si abbandonò alla stanchezza.

Si risvegliò che la luna era ancora alta e l'aria ferma, da solo. Dal momento che si sentiva in forze, decise di riprendere il cammino da dove l'aveva interrotto e per questo, come da istruzioni di suo padre, percorse il sentiero tracciato dal rivolo d'acqua che aveva dato corpo alla pozza e che lo avrebbe condotto al ruscello d'origine, alle pendici della montagna. Mentre camminava, qualcosa dietro di lui si mosse, ma credendolo un altro animale assetato non si voltò; allontanarsi dalla pozza fu però un allontanarsi dalla luce, e la sempre più solida tenebra diede potere al rumore. Subdola allora lo assalì la premura di uscire dalla selva, ma più nutriva speranza di esservi prossimo, più fitti i tronchi si facevano attorno a lui e più vicino l'ignoto inseguitore. Questi gli toccò la spalla forzandolo a voltarsi, e fu allora che Nilqa, benché il buio lo portasse prossimo alla cecità, riconobbe il viso di suo padre, paonazzo e deformato dai nervi "Tu non prenderai il metallo!" disse il maschio di Tenqar, colpendolo. La risposta di Nilqa fu vigorosa ma zoppa nella motivazione, ché cercava di difendersi mentre suo padre a ogni piè sospinto tentava di schiacciargli la testa con una grossa pietra, impresa in cui sarebbe certo riuscito, se tanto buio non lo avesse confuso. Nilqa fu lesto nell'approfittarne e fuggì dal bosco, aggrappandosi al solitario raggio di luna disteso in terra a tracciare il sentiero di salvezza; e tanto la luce lo sedusse che anche quando fu al sicuro continuò a scappare, perché il fascio di albedo si era fatto matassa di capelli candidi e calpestarli lo lasciava assuefatto alla speranza di incontrare l'essere cui appartenevano. Il luminoso crine lo condusse al fianco della montagna e poi su per la scala scolpita nella nera roccia verso la vetta, regina immobile tra le stelle. Quando Nilqa calcò la sommità della scalinata, vide di spalle la creatura che svolgendo i suoi capelli di luce lo aveva cavato dal pericolo, e per un attimo credette di aver raggiunto qualcosa il cui valore trascendesse il vile metallo, oggetto della sua ambizione. Nel momento però in cui ella si volse a incrociare il suo sguardo, di colpo non la vide più, in cielo persino la luna lo aveva lasciato, e i piedi ora non calpestavano il candido crine dell'apparizione, ma gelida neve. Nella solitudine più cupa, soppesata dai muti astri, Nilqa si accorse che sulla tenebra vi era una piega rossa e che essa era tanto occhio quanto ferita. Fissandola e facendosi a sua volta fissare, vi si avvicinò a sufficienza da scoprire che essa non era né occhio né piaga, ma crepa nella roccia, e che il suo pulsante riverbero color del sangue era sinistro riflesso di qualcosa che viveva all'interno. Oltre l'anfratto, la luce acquisì corpo e tinse le pareti cesellate da mano esperta, dove in rilievo era scolpita la storia di chi per una donna aveva costruito un talamo, poi una casa e infine un trono, lasciandole il potere e contentandosi del metallo. Nilqa aveva già ascoltato questa storia da suo padre, ma apprenderla dalla pietra lo infuse con la fredda durezza della parete stessa e non più con l'ardore della scoperta, ma con la consapevolezza del calcolo, attraversò il corridoio e poi gli immensi colonnati. Lì la luce rossa si era posata come vivo abbraccio sulla folla di muti pilastri, le cui teste si perdevano però nella tenebra della volta, dove nessuna luce osava spingersi. Nell'attraversare quel luogo, Nilqa subì la moltitudine di sguardi che percepiva in alto e il suo corpo perse forza, i capelli scolorirono e caddero, la pelle si fece sottile e raggrinzita. Quando infine uscì dai colonnati e fu arrivato alla grande sala, Nilqa era decrepito nella forma ma rigido nella saggezza, e grazie a ciò sostenne lo sguardo di chi lo stava fissando dal trono: Vlada era desta, forte e il suo immortale pallore cozzava violento col feroce rosso della chioma, che folta si dipanava in alto, alle spalle e ai suoi fianchi, coprendo il seggio di pietra e la roccia tutta attorno. La Pallida strinse lo sguardo sul visitatore ed egli sentì il sangue agitarsi nelle vene, rimestarsi nel cuore debole, finanche parlargli: "Io non ti ho chiamato".

Allora Nilqa seppe che il sangue era scettro e corona di Vlada, e le rispose senza esitazione nella lingua di Tenqar: "Non tu, ma il metallo."

Le gambe del vecchio persero la poca forza che possedevano e lo costrinsero in ginocchio. "Sei già più ricco di quando sei arrivato, perché chiedi ciò che non ti serve?" gorgogliò il sangue nelle tempie di Nilqa, provocandogli tormento.

Il vecchio rispose: "Decido io ciò che mi serve."

A quel dire, Vlada rilasciò la presa che lo torturava e disteso il braccio indicò la via per un'apertura che aveva creata nei suoi capelli. Nilqa vi passò attraverso senza dire nient'altro e si trovò all'interno di un'ampia sala che nulla aveva in comune col luogo appena lasciato. In alto vi erano le mani che avevano posto in cielo il sole, prigione di X'En, e sia le mani che il sole erano in metallo. Ai suoi piedi si stendeva una scala la cui lunghezza prescipitava giù per l'intera montagna e fin dentro le viscere della terra, là dove la luce emanata dalla rappresentazione del sole non poteva arrivare. Chiedendosi se sarebbe sopravvissuto a quel percorso, Nilqa discese con pazienza i gradoni.

A un certo punto del percorso, gli parve di sentire una voce rivolgersi a lui, ma nella luce sempre più tenue non vide nessuno e si risolse a credere che fosse colpa della stanchezza. Dopo un po' la discesa si fece lenta, ché gli occhi deboli di Nilqa non vedevano a un palmo dal naso e doveva stare attento a dove metteva i piedi, ma una cosa la videro bene: sullo stesso gradino da cui stava tentando di scendere, Nilqa si accorse esserci un piccolo animale dagli occhi acuti. "Perché non hai risposto quando ti ho chiamato?" chiese il gatto.

"Non ti ho visto" rispose Nilqa.

Ulm'rahktan inclinò la testa "Mi hai sentito"

Il vecchio si fermò per riprendere fiato e per dare sollievo alle gambe doloranti. "Credevo di essere da solo" sospirò flebile. Ulm'rahktan lo fissò a lungo, penetrandolo con l'acume dei suoi occhi così particolari, dal colore placido e immobile, come terra sotto il sole di una ferma calura estiva o come acqua di lago prima dell'arrivo del temporale. 

"Ti sei abbeverato alla pozza insieme agli altri animali, credendo che fra essi non ve ne fossero di interessati alla tua carne; hai camminato sui capelli di Zernavul scambiandoli per i raggi della luna. Infine, hai violato il palazzo di Vlada, nel conforto illusorio di averle ripagato l'ospitalità sacrificando la tua giovinezza. Tu non conosci la solitudine"

Ascoltate le parole del gatto, Nilqa ne rimase turbato e gli chiese cose volesse.

"Voglio compagnia. Anch'io, come te, sto scendendo"

mercoledì 30 settembre 2020

La Fioritura -LII-

 Oltre i colonnati dove neanche il gelo penetrava, sul trono di pietra era assisa Vlada, cui l'eterno eco del più infimo rumore rimarcava la sospirata solitudine. Corta però fu la quiete, ché il frutto dei suoi inganni già le era cresciuto in grembo e ruggendo come bestia affamata si apprestava alla vita. Dentro la Pallida erano due figli, perché due i semi da cui discendevano, blanditi e poi separati dal potere della madre. Nel giorno della natività, straziando i lombi che li avevano nutriti si fecero strada all'esterno, rovesciandosi sul freddo pavimento della sala buia, dove i loro pianti si confusero. Il maschio aveva incarnato niveo e occhi color del sangue, e dello stesso colore i radi capelli; diversa era invece la femmina, scura come il padre, ma dotata di una cuffia di albedo lunare, e il contrasto tra i due toni era tanto marcato da risultare doloroso alla vista. Prendendoli tra le braccia, Vlada respirò a fondo il profumo della loro pelle e della loro carne, maturando il destino al quale li avrebbe condannati. Chiamò il figlio Iskravul e la figlia Zernavul, poi scese dalla montagna e seguendo il sentiero d'acqua, che dal ruscello conduceva al cuore del bosco, li abbandonò alla pozza circolare che era opera del maschio di Tenqar. Senza voltarsi riprese la via del suo palazzo e del suo trono, e lì restando per molto tempo immobile, serrò la presa della volontà attorno al suo sangue e lo costrinse a operare ciò che l'ambizione aveva elaborato. Tali erano le risorse versate nello sforzo che dalla testa iniziarono a crescere vermigli capelli, la cui fioritura diede violento calore alla spenta sala del trono; attecchirono sulla pietra e penetrarono nella roccia, poi continuarono a crescere. Quando l'atto arrivò a maturazione, la Pallida partorì l'immonda prima partenogenesi, bassa incarnazione della guerra che con la sua nascita veniva dichiarata ai Cinque Codici. La creatura non aveva un genere, ma una confusa pluralità di essi, sparsa come malerba su un corpo spezzato e sanguinante; da uno degli orifizi aperti come ferite strisciavano lamenti di fastidio e da una delle sette pupille, gibbosa anziché circolare, effluvi d'odio. Sua madre la guardò con l'intensità della serpe nei confronti del roditore, la prese in braccio come tra sinuose spire e dopo un momento di studio, aperta la bocca addentò la carne immonda e insensibile al dolore provocato la divorò viva. Riavute le risorse che le appartenevano, Vlada le convogliò di nuovo nel medesimo sforzo, prendendosi però più tempo per riuscire dove prima aveva fallito. Allora il suo grembo diede alla luce una bambina che come lei era pallida e simmetrica nelle forme, ma nei lineamenti la innata grazia veniva adombrata dalla presenza di un astio sottile e perciò pericoloso. Vlada la chiamò Nejnavezda, "l'odiosa", e la lasciò lì dove si trovava a patire fame e abbandono, perché voleva darle una sorella. Concentrò dunque il suo potere nell'idea del contatto, che più di tutto il resto le suscitava viva repulsione, e per questo la secondogenita nacque con le mani già protese alla carne più vicina, senza riuscire a distinguere la fame dall'affetto fisico. Vlada le riservò la stessa fine della prima partenogenesi, poi, senza attendere che il sangue sulla bocca si seccasse, dalla carne divorata venne ricomposto il corpo e dal corpo l'impronta sanguigna. Partorita la seconda figlia, per nome e titolo le diede un ordine: "Smotra" le disse, "guarda!", e seguendo la direzione in cui l'indice della madre puntava, la piccola vide Nejnavezda. Allora Smotra si prese cura della sorella come le era stato intimato e quella fu la sua sacra consegna, il Codice prima dei Codici.

Consolata dai risultati ottenuti, Vlada venne però turbata dal sospetto di aver imboccato un sentiero senza ritorno e che la sfrenata ambizione, anziché il giudizio, fosse ciò che la stava trascinando in avanti, mentre aveva fino a quel momento creduto di condurla. Scissa dal dilemma, perse la presa sul concepimento della terzogenita mentre esso avveniva e quando la mise al mondo, subito se ne accorse: sotto le macchie di sangue la piccola mostrava fattezze più dure, asimmetria tra arti e una coesistenza fra sessi maschile e femminile. Afferratala dal piccolo collo, Vlada la avvicinò ai denti ancora lucidi di sangue e fece per morderla, ma quando la creatura la guardò, non riuscì a far altro che esitare. In una vampa d'ira la precipitò a terra, dov'erano le altre sorelle e la chiamò Vlatzkin, "io esito".

Per recuperare l'equilibrio perduto, Vlada diede i natali alla quartogenita: la bambina era viva ma non si muoveva, né mostrava segni dei forti sentimenti di chi all'esistenza è nuovo. Si limitava a osservare la madre e le sorelle tenendosi equidistante da tutte loro, e in special modo da Vlatzkin. Per questa ragione fu insignita del nome Poryazda, che nella lingua del sangue è "non muoverti".

Così il ciclo ebbe nuovo respiro: ogni esemplare imperfetto era divorato per incubarne uno che Vlada avrebbe accettato, e il processo produsse Rystiva, unica a poter essere vista dalle sue sorelle ma non dalla madre, e la gemella Mmstiva, di cui al contrario soltanto Vlada conosceva l'aspetto. La settima fu Monocernova, più bella di tutte le altre figlie e finanche della madre, che sembrava assorbire il suo splendore da tutto ciò che la circondava, rendendola attraente tra tutte le razze di parassiti.

Venne poi il momento dell'ottavo parto, una bambina storta e dalle pupille gibbose che conobbe la luce rossa della sala masticando con gioia brandelli di utero materno. Lei fu Sarok, "la fine", figlia che come Vlatzkin condusse la madre a una catarsi; Vlada accettò di non poter più riprodursi e le sue carni si arresero sullo schienale di pietra, donandole il sonno.


mercoledì 23 settembre 2020

La Fioritura -LI-

 Siccome il maschio di Xish, quello di Tenqar tornò dalla montagna in trionfo. Con sé recava un cesto ricolmo di metalli grezzi, incrostati di pietra, e lo adagiò ai piedi di Tenqar. A quella vista, il male che era del suo uomo ammorbò anche lei, e da allora nel suo cuore altro non ci fu che l'appetito per il possesso. Chiese allora che quel tesoro le venisse donato e il maschio, d'improvviso scuro in volto e a capo chino, si forzò ad accettare. Il lutto però si estinse nel tempo dell'ingegno, che maturò un'idea. Successe allora che nel momento in cui Tenqar ricordò per quale motivo avesse tanto atteso il ritorno del suo maschio, lui le si negasse, e il rifiuto veniva reiterato con più forza di quanta ne venisse esercitata per tentarlo. Avvilita e umiliata, Tenqar ricorse alla ricchezza cui non avrebbe mai voluto attingere: dalla cesta che lui le aveva donato, prese una pepita luccicante e gliela porse. Il maschio sorrise, perché ciò che aveva previsto si era realizzato, e la sua virilità rispose di conseguenza. La coppia si avviluppò nella lussuria e nel piacere, della carne e del metallo in egual misura, e tanto grande crebbe quel seme da sfociare nella più ricca delle fioriture: sette furono infatti i primogeniti, ciascuno di essi maschio.

La famiglia aveva bisogno di un luogo che la riparasse e proteggesse, così Tenqar chiese al suo maschio di edificare qualcosa di adatto, e alla domanda sul perché dovesse farlo da solo, lei rispose che era stanca e doveva badare ai piccoli. Il compagno allora chiese in cambio un'altra pepita e lei acconsentì, ma stavolta più volentieri, ché aveva iniziato a capire quanto fosse più preziosa la ricchezza nel momento in cui veniva spesa, anziché serbata. Il maschio si recò nel bosco per la legna e ai piedi della montagna per la pietra; con questi materiali costruì la casa per la sua famiglia, solida e robusta, e perfino capace a sufficienza da accogliere un'altra generazione, ma assai lontana dall'imponenza del palazzo di Vlada, dalle rifiniture dei suoi interminabili colonnati e dalla simmetria cui aveva piegato la nuda roccia all'interno della montagna. 

Quando l'opera fu finita e Tenqar soddisfatta, il suo stanco compagno le chiese di andare a raccogliere del cibo e lo fece porgendole una delle proprie pepite. Questo modo di condurre la propria esistenza andò avanti ancora per molto altro tempo, e quale che fosse la necessità veniva risolta solamente con lo scambio di metallo, e mentre le generazioni si allargarono alla seconda e poi alla terza, il bisogno di una nuova casa venne fatto gravare sui membri della prima, ormai grandi. Essi, che dai genitori avevano ereditato non solo il tono argilloso della pelle, ma anche quel particolare appetito, richiesero per il lavoro sette pepite, una per ciascuna di loro. Dato però il numero, Tenqar e il suo maschio discussero su chi doveva dare più dell'altro, senza venirne a capo. Si fece avanti in quel momento uno dei sette, che prendendo i suoi genitori da parte e assicurandosi che nessun altro li ascoltasse, propose loro questo patto: avrebbe costruito la casa con i suoi fratelli e diversamente da loro senza profitto, a patto che un giorno, alle stesse condizioni, sua madre e suo padre restituissero il favore. Questi accettarono senza pensarci, presi com'erano dalla gioia di non doversi separare dall'amato metallo. Così fu edificata la seconda casa, dimora della terza generazione.

Poi ne arrivarono altre e si continuò a costruire case fino all'ottava, quando divenne oramai chiaro che ai figli più giovani sarebbe stato precluso l'accesso alla ricchezza, dal momento che le pepite erano limitate ed esse giravano tra i primogeniti, i secondogeniti e i genitori, assuefatti alla prosecuzione di quel circolo. Dalla terza all'ottava generazione si assieparono dunque attorno alla prima casa, chiedendo con toni minacciosi che il metallo potessero averlo anche loro. Mentre dentro la casa serpeggiava un terrore che Tenqar riusciva a malapena a contenere, il maschio fu sul punto di uscire coi primi e i secodogeniti per dare battaglia, ma in quel momento una mano si posò pacifica sulla loro spalla. Era il figlio con cui avevano stretto accordo, e la sua espressione anticipava meglio delle parole l'intenzione di riscuotere il vecchio debito. "Senza che foste privati della vostra ricchezza, ho costruito la casa di chi ora ci minaccia. Dovevate prevedere che chi è giovane abbia più fame: non siete stati saggi. Io lo sono, perciò per ripagare il mio lavoro e la mia pazienza, ora mi direte da dove viene il metallo."

Tenqar, apprezzandone l'ingegno, diede a lui ciò che gli altri figli non avevano né avrebbero mai avuto: gli diede il nome Nilqa, perché "primo di sette" e così benedisse la risoluzione della sua parte di debito. Il padre invece gli raccontò della montagna, dell'arco che da due alberi aveva ricavato, della pozza d'acqua in cui sole e luna si specchiavano, e finanche della scalinata incisa nella roccia. Di ogni cosa lo mise a parte, tranne che di Vlada. Saputo quanto doveva, Nilqa uscì ad affrontare i fratelli e le sorelle furiosi e promise che entro sette giorni sarebbe tornato con più metallo di quanto ne avessero mai visto, e sarebbe stato tutto loro. In un giubileo di approvazione, Nilqa riunì le sue cose e partì alla volta della montagna.

mercoledì 16 settembre 2020

La Fioritura -L-

 Nel giorno in cui fece ritorno, il maschio di Xish era ormai libero dalla tirannia del suo ruolo, perché su di esso aveva conquistato il controllo, e dalle alte spalle un manto di pelliccia si accasciava a terra, trascinando sulla distanza percorsa il sangue ancora fresco. Il prezioso trofeo da più parti era composto: a mo' di collare era allacciato il candore di una volpe bianca, che aveva le piccole fauci schiuse a mostrare i denti selvaggi, il naso ancora umido e le orbite vuote; sulle spalle erano adagiati due conigli acefali, con le zampe a penzolare esanimi verso il petto e le scapole; il resto del manto, che era la gran parte, aveva il pelo ispido dei lupi affrontati sulla cima della montagna, e il nero e il grigio si affollavano uno sull'altro senza requie, quasi le bestie avessero iniziato a lottare per contendersi il nuovo territorio. Nel vedere il suo maschio sì ricco e forte, Xish se ne innamorò e sfiorando il suo addome gli disse che lo voleva. Allora il maschio di Xish rispose che c'era un posto dove voleva condurla, là dove il loro potere sarebbe stato celebrato e nutrito dai cicli naturali, e solo in quel luogo l'avrebbe presa. Così partirono per la meta sconosciuta, da qualche parte dietro l'orizzonte a oriente, lasciando per sempre le tanto sprezzate montagne, che erano scuro confine del mondo a ponente, ma all'ombra delle quali si erano fatti signori.

Attraversarono la terra vedendola presto mutare nei venti e nei colori, ma mai si concessero un saggio di quel cambiamento, che pur esercitava un irresistibile richiamo, perché la meta aveva priorità sul viaggio. Una notte che si erano fermati per godere dei frutti della caccia al chiaro di luna, Xish iniziò a soffrire lo spazio aperto della pianura in cui si trovavano e desiderando che attorno a lei spuntasse una foresta di alberi per farla sentire a casa, sui superbi lineamenti calò l'ombra della tristezza. Accortosi del malumore della compagna, il maschio la coprì col manto di pelliccia, che era incarnazione del suo potere, e benché il problema non fosse il freddo, o l'invidia, questo bastò a ripristinare la bellezza di Xish, scacciandone la tenebra. Il giorno dopo giunsero sulla riva di un fiume, vasto e turbolento ostacolo alla terra che desideravano raggiungere, e il dubbio su come attraversarlo li impietrì. Dopo numerosi tentativi, in cui la corrente quasi li trascinò lontano l'uno dall'altra, si arresero alla pochezza degli strumenti con cui la natura li aveva armati per simili imprese, e nel riprendere il cammino lungo la riva per scoprire se ci fosse un guado, videro che una piccola creatura nera li stava fissando. Il gatto era seduto sulle zampe posteriori e i suoi occhi trasudavano intelligenza. Alla domanda di Xish su chi fosse, egli rispose cantando in una lingua straniera ma comprensibile: "Perché non chiedi aiuto al tuo sangue?"

Al che, alzata la testa e disteso il collo per ergersi ancora più al di sopra della minuta creatura, Xish rispose sprezzante "Proprio perché è il mio sangue, lui è potente in molte vie, ma come me non può attraversare questo fiume."

Il gatto tacque un momento, e quel silenzio pesò come pietra su Xish e il suo maschio, poi cantò che il sangue versato nell'acqua si era già fatto guado. Come goccia di rugiada che dalla foglia precipita nella pozza e rompe la quiete della stagnazione, allo stesso modo le parole appena udite invasero la mente di Xish, mutandone la confusione in consapevolezza. Si avvicinò di nuovo alla riva e con voce ferma evocò la parola cui l'epifania l'aveva condotta: Awyn.

Dalle pieghe fluide dell'acqua emerse lo sguardo vivace della sorella più minuta, e al suo apparire la corrente si placò, addormentandosi. Tale era la felicità di rivedere Xish e di conoscere il suo maschio, che Awyn la espresse guidando i pesci del fiume in una danza rituale, per ringraziare la sorella di averle chiesto aiuto e per propiziare la prosecuzione del viaggio. Poi sollevò le piccole mani da sotto l'acqua e quando Xish e il suo maschio le afferrarono, la sua gioia li contagiò. Nell'attimo in cui quel sentimento esaurì la sua carica, lasciando al suo posto un tiepido tepore di fiducia, i due pellegrini si accorsero di essere già dall'altra parte del fiume e che la terra attorno a loro era cambiata, diventando grassa e fertile, affollata di piante scure dalle foglie ampie e dal profumo assai intenso. Il gatto non c'era più, soltanto Awyn era rimasta con loro e la sua risata irradiò soddisfazione. Disse che era tempo anche per lei di riprendere il cammino, ché vi erano cascate da scavare, fiumi da tracciare e vecchi precipizi polverosi, retaggi della guerra di Shintara contro di Xenwa, da riempire per farne limpidi laghi. Questo disse, ma Xish e il suo maschio non la compresero, limitandosi a ritrarre le mani e a ringraziarla in silenzio mentre il suo sorriso spariva dietro le correnti di nuovo furiose del fiume. Appena si volsero per abbracciare con gli occhi la nuova terra, la meta del loro viaggio si mostrò nella sua imponenza: l'albero dai fiori rosa svettava cupo e torto da dietro l'orizzonte, e la folla di rami che spingeva in cielo sembrava da lontano una nube carica di pioggia e lampi. Xish e il suo maschio lo raggiunsero dopo una lunga percorrenza, stupendendosi di quanto fosse alto man mano che lo avvicinavano, e una volta calpestata la terra che a malapena riusciva a coprire le radici ingombranti, Xish si tolse di dosso il manto e lo porse al suo lui, spiegandogli che ciò che doveva essere fatto necessitava di un Re. Allora il maschio prese il manto e coprì di nuovo le spalle della compagna, rispondendole che ciò che doveva essere fatto non voleva farlo con la pelliccia, ma con lei. A quelle parole l'enorme tronco dell'albero schiuse un'entrata e i due amanti subito la varcarono, abbracciati in un'unione intensa che continuò anche dopo che il tronco si richiuse, e per molto altro tempo ancora. Ciò avvenne in autunno.

Al termine dell'inverno, i fiori rosa iniziarono a sbocciare timidi dai rami scuri, e poi eruppero gloriosi a primavera. Accanto a essi, nuove escrescenze si affacciarono alla vita e all'alba dell'estate erano già cresciuti diventando frutti maturi, grandi a sufficienza da non far sfigurare l'albero cui erano aggrappati. Quando la stagione calda arrivò al suo apice, i frutti caddero a terra e subito si schiusero, rivelando il prodigio in essi contenuto: i figli di Xish e del suo maschio si alzarono da terra, alti e snelli come i loro genitori, scuri come corteccia e tutti dotati, sia i maschi che le femmine, di una cascata di folti capelli neri. Questa fu l'alba del popolo dei Xish.

mercoledì 9 settembre 2020

La Fioritura -XLIX-

 Siccome un fiume che rompe gli argini feconda la terra tutta attorno, il maschio di Tenqar lasciò traccia duratura del suo vagare: al principio del percorso piegò due alberi uno verso l'altro, legandoli con foglie sottili ed elastiche in nodi dolci, affinché l'arco formato dalla loro unione fosse simbolica porta alla montagna, nonché monumento al viaggio appena intrapreso; poi, finito che aveva di legare una pietra all'estremità di un rozzo manico, scavò una piccola via d'acqua dal ruscello ai piedi della montagna fino alla macchia boscosa poco più a valle, facendola culminare in una pozza tanto rotonda e impeccabile che agli animali assetati sarebbe parso di abbeverarsi al sole di giorno e alla luna di notte. Infine, trovando defilata dal sentiero una parete di roccia adatta allo scopo, la scolpì in una spirale di gradini su cui, lento ma determinato, si fece strada verso l'alto; nel dubbio però di essere seguito da Tenqar, spesso durante la sua opera si costrinse a tornare in basso, così da sincerarsi che da quella prospettiva la scalinata non fosse visibile che da un occhio scrupoloso, per qualche motivo attratto da un muro di roccia spoglio e solitario. Quando fu sicuro che niente e nessuno fosse sulle sue tracce riprese l'opera con piglio saldo, gioioso nel lavoro, salendo il costone in direzione della vetta, oramai visibile dietro il velo traslucido che le nubi opponevano assai pigramente. Incontrò, a un certo punto della scultura, una pietra sporgente che ostruiva il percorso della scala, e notò che su di essa era poggiato un nido e nel nido quattro uova; il maschio di Tenqar si percepì d'improvviso affamato e giacché aveva ancora molto lavoro da fare prima che l'opera arrivasse a completezza, aperte le uova ne ingoiò il contenuto. Soppresso quell'istinto, con un ultimo travaso di energia completò la scala, calpestando finalmente l'agognata cima dove tutto era etereo, dall'aria al colore della neve, dal cielo diviso fra giorno e notte al profilo dell'orizzonte sfumato dall'altezza, perfino la realtà si impose sui sensi e subito le forze lo abbandonarono, sicché un pietoso sonno volò su di lui e gli chiuse gli occhi.

Al risveglio, nessuna delle sensazioni che lo avevano stordito era andata via, ma anzi se ne era aggiunta un'altra: vedendo davanti a sé, nella neve, un'altra figura rannicchiata nel sonno, al maschio di Tenqar parve di essere defunto e di stare osservando il corpo da cui la morte lo aveva separato. Poi però la vista si acuì e riconobbe che per quanto il trapasso avesse potuto spegnere il suo incarnato d'argilla, non sarebbe mai stato tanto pallido da risultare indistinguibile dalla neve. Oltre a ciò, quel corpo possedeva forme dove lui ne era sprovvisto e al contrario mancava là dove il suo opposto mostrava di più. Il maschio di Tenqar comprese dunque di stare osservando qualcun altro e vi si avvicinò cauto, con sospetto, perché quello che aveva davanti gli ricordava la forma della sua compagna. Scoprì però che la femmina riversa nella neve non era Tenqar, né Xish, ma una che non aveva mai visto e che esanime tremava, erosa dal freddo. Ella disse qualcosa in una lingua sconosciuta e il maschio di Tenqar capì ciò che doveva esser fatto. In fretta sfruttò la roccia grezza che la cima offriva in abbondanza per costruire attorno alla femmina quattro mura in solida pietra, unite da un tetto a cupola. Nel momento in cui lei si riprese, dalla sua bocca strisciarono altre parole in quel suo linguaggio duro, spiacevole alle orecchie del maschio di Tenqar, che però guardandola negli occhi percepì una fragilità cui solo lui poteva offrire protezione. Allora scese a valle lungo la gradinata e preso il legname necessario da un albero che aveva selezionato e poi abbattuto, costruì un talamo dove la femmina potesse riposare più comodamente. Dopo un lungo sonno ristoratore, la femmina si svegliò sorridente e per sdebitarsi condusse il maschio di Tenqar attraverso la fessura alta e stretta che dava accesso alla montagna, dove la tenebra era costellata di luci come la notte degli astri. Afferrata la mano del maschio, la condusse su uno di quei bagliori, facendogli scoprire l'esistenza del metallo e ottenebrandolo per sempre con la fame di tutto ciò che luccica. Per saziare l'immondo appetito, lui provò a separare la luce dalla roccia con ciò che aveva, ma dopo numerosi vani tentativi trattenne nelle mani solo polvere e avidità. Quando tornarono al riparo delle mura, subito si adoperò a trasformare lo spazio che aveva eretto per la pallida nella sua propria fucina, dove potesse ricavare con l'ingegno gli strumenti atti all'estrazione del metallo. Al che lei chinò la testa in segno di sottomissione e lo lasciò lavorare. Così, ogni giorno gli portava carne fresca e ogni notte acqua di fonte, fino al momento in cui l'opera fu completata. Costruiti gli strumenti, il maschio di Tenqar uscì per dirigersi all'antro, ma la bianca mano lo trattenne: con parole suadenti, pronunciate in una lingua che lui ancora non capiva, la femmina lo invitò sul talamo per permetterle di prendersi cura del corpo stanco, e l'altro si lasciò guidare. Deterso il sudore dai muscoli tozzi, gli strofinò addosso le saponose foglie di betulla e cintogli il collo con una ghirlanda di edera e bacche, lo accompagnò nel sonno. Al risveglio, il maschio di Tenqar recuperò la rigenerata fame di metallo e si diresse lì dove giacevano i frutti che la montagna si era ostinata a non condividere con lui; armato però dei nuovi strumenti, senza fatica estrasse ciò che agognava e dopo essersene riempito le braccia uscì festante dall'altro. Trovò il sorriso della pallida, che giunse le mani in ginocchio, omaggiandolo come proprio dio e signore. A quel riconoscimento, il maschio di Tenqar si lasciò cadere il tesoro dalle mani e avvicinatosi alla pallida finalmente la prese.

Lì giacquero per tre notti, senza avvertire sete o appetito, freddo o stanchezza, finché al termine dell'amplesso Vlada non si alzò in piedi toccandosi in grembo. Il maschio di Tenqar apprese che sarebbe diventato padre, ma ciò che il suo stesso sangue gli stava suggerendo andava oltre: per poter accogliere la sua discendenza, avrebbe dovuto costruire un palazzo. E così fu: la cima della montagna fu scolpita tanto bene all'esterno quanto riccamente all'interno, e dalla roccia nera furono ricavate stanze vaste e tetti sorretti da fittissimi colonnati, questi financo facenti funzione di mute guardie lungo il corridoio che conduceva infine al capolavoro del maschio Tenqar, un trono di pietra. Lì prese posto Vlada, che guardando dall'alto l'artefice della sua nuova dimora, disse che era per lui arrivato il tempo di tornare dalla sua vera compagna.