mercoledì 2 settembre 2020

La Fioritura -XLVIII-

 Come voto ai rispettivi celesti, Xish versò il sangue sul suo maschio durante la luna nuova e Tenqar fece altrettanto all'alba, infine attesero. I simulacri inspirarono il primo fiato al tramonto successivo e quando aprirono gli occhi, pur vedendo le compagne già in estasi per loro, non riuscirono a comprendere quel sentimento, né tantomeno a condividerlo. Passò molto tempo prima che le femmine li introducessero all'esistenza e spiegassero che il fine della loro era l'accoppiamento, ma i maschi, nonostante fossero tanto diversi quanto lo è la foglia dalla pietra, arrivarono ambedue al rifiuto del ruolo che gli era stato imposto. Al conseguente insistere delle compagne, presero la decisione di allontanarsi da loro e le avvertirono che se fossero stati seguiti, non sarebbero più tornati. Lasciarono così le femmine al tormento e al rammarico, senza curarsene, e intrapresero i gelidi sentieri lì dove la vita è solo di passaggio, nei corpi bui che col sole alle spalle coprono tutto il mondo d'ombra. Ai piedi delle Montagne Nere si divisero, prendendo ciascuno la direzione più congeniale alla propria natura: il maschio di Xish si inerpicò lungo un passo stretto e ostruito di neve, confidando nella presenza di prede e nella conservazione delle loro impronte; il maschio di Tenqar invece andò per un crinale spazioso e poco scosceso, ricco di rocce e arbusti e alberi da cui ricavare il necessario alla sopravvivenza.

Il maschio di Xish era agile, i suoi piedi leggeri non lasciavano segni, e mosso dalla fame presto trovò una tana perché i suoi occhi sapevano dove guardare. Dopo il primo giorno di esilio, aveva cacciato due conigli e li aveva mangiati crudi. Il secondo giorno il freddo si fece più pungente, la caccia più lenta, e alla fine riuscì a catturare soltanto una volpe. Con le pellicce si coprì la gola e le spalle, e dopo essersi riparato dietro un costone di roccia scura, finalmente riposò. Il terzo giorno inseguì uno stambecco su per la parete del monte, ma l'animale a ogni trappola si faceva più astuto, e all'arrivo del buio e del gelo ululante nemmeno le pietre appuntite del cacciatore, lanciate con implacabile perizia, riuscirono a offendergli il cranio, duro in omaggio alla pelle di sua madre la montagna, come il nero corvo alla notte. Il quarto giorno il maschio di Xish si trascinò affamato dove le tracce lo avevano condotto, all'interno di una caverna dove, se il destino gli avesse negato il pasto, avrebbe però trovato sicuro ristoro dal freddo. Non trovò né l'uno né l'altro, perché la gola della caverna emise minaccia nel momento in cui il piede dell'invasore aveva varcato l'entrata, e quella minaccia si fece carne nell'orso partorito dalla tenebra. Esso era grosso oltre ogni misura, tanto da non riuscire a muoversi se non strisciando, perché l'antro che con la propria mole stava strozzando non era la sua tana; infatti il corpo maciullato dello stambecco gli penzolava dalle fauci, e al vederlo il cuore del maschio di Xish si riempì di gelosia. Ingaggiò dunque con la creatura una lotta feroce, cieco di rabbia, ma lo squilibrio di forza lo portò alla fuga, lasciandosi dietro una scia di sangue e di vergogna. Ripercorse i suoi passi e discese a più mite altezza, ché il vespro incombeva e il vento rinforzava precipitandosi dalla vetta della montagna, una volta appiglio della luce di Rasseth e ora covo di freddo e morte. Al sorgere del quinto giorno, uno strano malessere svegliò il maschio di Xish; non erano le ferite o il ricordo dell'orso a tormentarlo, ma una sensazione nuova e spiacevole, tanto un capovolgimento violento della sua natura quanto un'integrazione della stessa: sapeva di essere osservato. Gli parve persino di vederli, quegli occhi, nel buio oltre la neve. Trasfigurato da cacciatore in preda, scese allora la montagna per ricongiungersi alle amate foreste, ma gli sguardi si moltiplicarono intorno a lui fino a farlo bestia in un recinto. Nel momento in cui la luce di X'En penetrò la foschia, realizzò che gli anelli di quella catena d'oppressione erano lupi grigi e neri, maschi e femmine, giovani e anziani, che lo fissavano placidi, senza mostrare i denti o segni d'appetito, tutti eccetto uno: si confondeva col mortale pallore della neve un lupo bianco che era alla testa degli altri, ma diversamente da loro non fissava l'intruso della montagna, perché i suoi occhi erano chiusi e rivoli di sangue colavano giù dalle palpebre. Nella testa del maschio di Xish si fece strada l'idea di seguirlo, cui cercò invano di resistere; i piedi solcarono in indipendenza il sentiero che la creatura aveva iniziato a tracciare innanzi, che lo portò di nuovo su per il gelido corpo della colossale roccia nera, attraverso il passo in cui lo stambecco era stato inseguito, poi sulla scia di sangue che stisciava fuori dalla grotta dell'orso. Svoltarono dietro una pietra alta e filiforme e da lì intrapresero una via in salita, posata sulle nubi che nascondevano agli occhi la vetta, tanto in alto dalla terra che per il maschio di Xish ogni respiro era difficile quanto il litigarsi la stessa preda con un orso. Quando infine arrivarono dove il lupo voleva, esso divenne feroce e attaccò il compagno di viaggio, che ebbe molta difficoltà a difendersi come sapeva, ché l'aria era rarefatta e lo spazio per muoversi infimo. Venne morso alla gamba, alla mano, al busto, e notò che le fauci del lupo si serravano quel tanto che bastava a provocare ferite lievi, quasi fosse più interessato al sapore del sangue che alla carne. Pur non capendo come fosse possibile per un animale cieco agire con tanta consapevolezza, lo ferì a sua volta con le mani nude, ma a ogni colpo inferto percepì la natura del predatore cambiare: non soltanto i guaiti di dolore si facevano sempre meno animali e sempre più simili a quelli di Xish, ma anche le apparenze piegarono le forme spigolose del lupo rendendole più aggraziate. A un certo punto, il maschio di Xish si accorse di stare lottando con una creatura pallida che aveva smesso di resistere, e anzi gli rivolgeva sorrisi e altre astute provocazioni. Il combattimento si fece velocemente amplesso e così, finalmente, il destino del maschio di Xish fu compiuto.


mercoledì 26 agosto 2020

La Fioritura -XLVII-

La notte in cui l'esistenza del maschio fu ricordata, un sentimento si fece largo nei lombi delle quattro figlie, e da lì in fermento si arrampicò fin dentro le loro teste, trasformandosi in ambizione. Quando il temporale cessò e il sole tornò a splendere sul rifugio fradicio e fangoso, venne il tempo dell'ingegno: una dopo l'altra, per alterne vie ma su per lo stesso altare, raccolsero le esperienze che l'abitudine aveva ammorbidito come infimo veleno, le imbracciarono talune come armi e le altre in guisa di scettri, e diedero corpo all'insostenibile desiderio. La più rapida a realizzarlo fu Xish che, alla stregua di un uccello nella costruzione di un nido, eresse il simulacro del suo maschio coi rami e gli stecchi migliori, lo rivestì delle pelli degli animali più pericolosi da cacciare e gli donò una criniera di foglie scure e profumate. La seconda più lesta fu Awyn, perché pur conoscendo il come meglio di tutte le sue sorelle, ignorava il cosa; dunque andò sulla spiaggia dove per la prima volta aveva visto il mare, lì dov'era felice, e rivolgendosi a Tlaotlican gli chiese di perdonarla per aver turbato il suo riposo, ma necessitava di sapere cosa usare per plasmare il suo uomo, giacché solo all'acqua era legata e non avrebbe amato niente e nessuno che fosse di sostanza diversa. Allora l'Eterno decise che l'avrebbe aiutata, perché quella passione era pura come quella che saldava l'Abbraccio, e parlandole col mormorio della risacca le rivelò che in fondo all'abisso, là dove Shintara si era formata e istruita, giaceva il materiale adatto ai suoi scopi. Awyn dunque si immerse e nuotò fino a quando l'ultima freccia di luce non fu spezzata dal buio, poi continuò a scendere. Superata la soglia della tenebra assoluta, si mostrò il timido pulsare di un riverbero prossimo al rossastro, come luce di tramonto che permea da una fessura, e quando Awyn lo raggiunse scoprì che esso era emanazione del materiale di cui Tlaotlican le aveva parlato: il corallo. Fu così che la piccola sorella trovò quello che cercava, e usandogli carezze e manipolazioni lo trasmutò nel corpo del suo maschio. Alla fine dell'opera, tanto fu soddisfatta dal risultato da prendere le due perle più candide in tutto il dominio marino e posargliele negli occhi.

A differenza delle sorelle che l'avevano preceduta, Tenqar impose il pensiero sull'azione, la tecnica sull'improvvisazione, e date queste premesse non si preoccupò dello scorrere del tempo, ché la qualità della plasmazione avrebbe ripagato la pazienza del realizzarla. In principio attese che le giornate volgessero all'umido, poi che il sole venisse coperto sempre più di frequente dalle nubi, e anche quando la pioggia iniziò a bagnare la terra e il vento a soffiare tra gli alberi, Tenqar attese. Il momento fu propizio al piombare del silenzio che precede il lampo, e all'attizzarsi delle fiamme su per il tronco di un vecchio pino seguì il tuono dai cieli, segnale questo che sanciva l'inizio dell'opera. Tenqar prese il fuoco e lo condusse in un antro che aveva ricavato all'interno di una roccia, facendone un forno; raccolse poi la fanghiglia formata dalle pioggie e la plasmò nelle sembianze del suo lui, destinandolo alla cottura all'interno dello strumento che proprio a quello scopo aveva creato. Il calore era però troppo basso e la creta non si saldò, mentre la seconda volta fu troppo alto e il risultato divenne fragile come foglia morta, dopo il raffreddamento. Al terzo tentativo la tecnica era stata perfezionata, gli errori compresi, l'argilla separata dal fango: Tenqar raggiunse il risultato di dimostrare che due mani avevano nella plasmazione più potere di due voci.

Da sola rimase quindi Vlada, che più di tutte le altre aveva cercato la risorsa atta a dare corpo al suo volere, trovando nient'altro che la naturale frustrazione sfociata dal sapere che in natura non c'era materia sua pari: la pietra era ferma come lei, ma non aveva alcuna grazia; l'osso ben simulava il suo candore, ma trovava posto solo nel corpo da cui avrebbe dovuto strapparlo; certo, la neve sarebbe stata perfetta, se bellezza e fatale fragilità avessero potuto separarsi. Non trovando nulla, Vlada si risolse a spiare le sue sorelle per ricevere ispirazione, e al riparo dell'ombra le derise, avendo scoperto che per dare sostanza ai loro compagni avevano scelto ramoscegli e fanghiglia. Eppure perseverò a osservare, curiosa come la Matrice da cui tutte erano sbocciate.

Finiti i loro lavori, Xish e Tenqar portarono i simulacri dei maschi nel punto in cui avevano visto i cervi accoppiarsi. Awyn non era più tornata dall'abisso, mentre Vlada osservava defilata la mostra delle sue sorelle. Quella sera la luna era piena e tracimante di luce, e a lei Xish rivolse la propria invocazione affinché la vita venisse infusa nel suo maschio. Il giorno dopo, quando il sole era al suo zenith, Tenqar fece lo stesso. Al tramonto seguente, due sussurri appena percepibili, uno che pareva soffiare dallo stanco sole sull'orizzonte, l'altro che sgocciolava dallo spettro della luna assiso dietro il velo del cielo, rivolgendosi a Xish e Tenqar nelle reciproche lingue dissero che non era saggio chiedere un dono che già possedevano. Dopodiché, le voci si estinsero e scese la notte.

Su quel responso Xish e Tenqar si interrogarono a lungo, senza tuttavia arrivare alla sintesi risolutiva. A un certo punto una accusò l'altra di essersi rivolta al nume celeste sbagliato, ingelosendo quello giusto e tanto animato fu il loro discorrere che si sarebbero giurate inimicizia se Vlada non le avesse interrotte con l'erompere della sua risata di scherno. "Il sangue" disse "il sangue è il dono, folli!". Quindi si morse la mano e dalla ferita lasciò sgocciolare a terra la rossa risposta al desiderio di vita, sì che le sue sorelle capissero la semplicità della soluzione e ne fossero al contempo umiliate.

Tutto ciò che Vlada però ricevette in cambio del suo aiuto fu ulteriore derisione, perché solo lei tra le quattro sorelle non era riuscita a crearsi un maschio. Mortalmente ferita nell'orgoglio, la pallida si ritirò sulle Montagne Nere, a covare sentimenti di potere nell'algida coperta della solitudine. Quella fu l'ultima volta che vide le sue sorelle.

mercoledì 19 agosto 2020

La Fioritura -XLVI-

 Compiuta che fu la Semina, i due giudici tornarono ciascuno alle proprie preoccupazioni -per quante ne potessero soffrire esseri come loro-, ciascuno ai misteri della propria esistenza, evitando nel farlo di rivolgersi sguardo o altro strumento di comunicazione, perché se l'avessero fatto avrebbero rivelato l'estrema amarezza che l'aveva colti dopo il verdetto. Venuti da alleati, se ne andarono divisi, uno adducendo in silenzio la colpa all'altro; non potevano e in special modo non volevano considerare che nel loro agire ci fosse stato difetto, benché qualcosa, con insistenza, glielo suggerisse "da dentro".

Così, molto tempo dopo che Ar Tlanèrva e Indh lasciarono quel tribunale, attorno alla pozza di sangue fiorì la vita: prima l'erba e poi i fragili germogli, alberi di ogni seme crebbero a fare ombra agli animali che sopra e sotto le fronde iniziavano a raggrupparsi. Altro tempo passò prima che la terra drenasse il sangue e se ne nutrisse, con lentezza e pazienza, finché il volto di nuovo fertile di Ama Nundra Mun non fu più succube delle stagioni, ma loro compagno. Man mano che questo processo si perfezionava, la pozza diveniva più sottile e nell'abbassarsi rivelò sul suo fondo l'esistenza di quattro corpi levigati e glabri; per quanto in principio sembrassero identici, più il sangue si asciugava, più si acuivano le differenze nelle dimensioni e nel colore, seppure la forma restasse immutata in ciascuno dei quattro esemplari. Quando ogni patina si dissolse e alla luce del giorno essi furono offerti in completezza, come colti dal medesimo spasmo si mossero in sincronia; dacché erano rannicchiati, prigionieri del sonno della gestazione, si alzarono in piedi e stiracchiarono gli arti oberati dal torpore, senza emettere alcun suono o spostarsi dal punto da cui si erano levati. Nel momento in cui i loro sguardi si incontrarono, fu come se avessero guardato in uno specchio d'acqua, giacché avevano tutte i lineamenti eterni di Mamath.

La più alta delle quattro aveva corpo asciutto, scuro come il tronco di un albero, e fu la prima a parlare. Disse "Xish" e quello divenne il suo nome.

La più bassa ed esile guardò le altre con la meraviglia negli occhi e disse "Awyn".

Le ultime due erano simili in altezza, ma opposte negli altri aspetti: laddove una mostrava forme armoniose, l'altra rispondeva con fianchi larghi e seno procace; alla pelle esangue della prima, la seconda contrapponeva un incarnato che era imitazione della terra argillosa. La pallida disse "Vlada", la prosperosa rispose "Tenqar".

L'esercizio della parola si doveva ad altro dalla mera bellezza, prima e più evidente eredità di Mamath: il sangue, potente utero in cui erano sbocciate e che, una volta esaurito il suo scopo principale, aveva nutrito la terra e le loro vene, trasferendo nei quattro ricettacoli non soltanto l'esperienza maturata dall'ascendente, ma anche ciò che bevendo dal Raama Toi le aveva donato il linguaggio. Le figlie di Mamath con la pronuncia della prima parola avevano detto "io sono", e quello fu il nome con cui vennero ricordate, l'epiteto dei loro discendenti e la radice delle lingue del mondo.

Il sangue e le fattezze di Mamath erano sì effigi di ciò che le univa, ma presto le differenze si fecero più evidenti, più infide. Xish infatti prese l'abitudine di assentarsi sempre più spesso, sempre più a lungo, a volte percorrendo lunghe distanze nella natura selvaggia, altre volte rimanendo nei pressi, ben nascosta e pronta a usare sulle sue sorelle le astuzie imparate dai predatori. Altrettanto faceva Awyn, che però non prendeva la direzione dei boschi, ma raggiungeva la costa e lì trascorreva le giornate ascoltando le onde mentre esse la cullavano, salvo tornare dalle altre quando la luna era alta e Tlaotlican riprendeva il riposo. Le più stanziali erano invece Vlada e Tenqar, sebbene mosse da sentimenti e ragioni diverse: mentre la prima infatti se ne stava arrampicata in cima all'albero più alto, gelosa della sua solitudine e del senso di sicurezza che questa le dava, l'altra aveva imparato a sfruttare le risorse della terra per ricavare ciò di cui lei e le sue sorelle avevano bisogno, come ceste per la raccolta di cibo o armi votate alla caccia.

Diverse abitudini e ancor più diversi temperamenti forgiarono velocemente diversi pensieri, che a loro volta produssero diversi linguaggi. Nonostante ciò, il sangue comune trovò presto una via affinché si comprendessero. Così nacquero la gestualità e l'intonazione, e poco più tardi, quando un qualunque evento di spessore aveva bisogno di celebrazione, come una buona caccia o il sereno dopo una tempesta, anche la musica e la danza.

Un giorno che pioveva molto forte e nessuna di loro poteva quindi assecondare la propria natura, si erano raccolte tutte e quattro sotto un riparo che Tenqar aveva costruito con dei rami e delle pelli di animale. Una accanto all'altra, in silenzio ascoltavano il respiro della pioggia ritrarre la furia e poi soffiarla di colpo, quando all'improvviso due cervi sbucarono dal folto del bosco invadendo il rifugio. Le sorelle videro subito che erano molto diversi l'uno dall'altro, sia per stazza che per le corna, che soltanto il più grande portava, ma non diedero peso alla cosa finché i due animali non iniziarono la monta. Le sorelle, impietrite da una vista tanto sgraziata quanto affascinante, si turbarono ancora di più quando videro che anche i sessi dei cervi erano diversi. Fu allora che non soltanto scoprirono il maschio, ma che si accorsero che nessuna di loro lo era.

mercoledì 12 agosto 2020

La Fioritura -XLV-

 Pur senza ricevere cenni o comandi di alcuna sorta, Mamath sapeva che Ar Tlanèrva e Indh erano lì per lei e li raggiunse. Mentre camminava, le parole di Ulm'andher risuonarono dentro di lei e quando ebbe colmata la distanza, non soltanto le comprese, ma le vide intessute nel Coro con cui Zatamana dirige il tempo e lo spazio. I due che l'attendevano si accorsero di quella vampata di pace, venendone in qualche modo turbati, e decisero che non sarebbe rimasta impunita. Così, Indh prese la parola e parlò speditamente nella propria lingua, con le sue due voci, sapendo che tutte le barriere di Mamath erano ormai cadute.

"Il Primo Codice hai violato, quando un solco e poi un fiume sul viso di Ama Nundra Mun hai inciso."

Mamath osservò Ar Tlanèrva e seppe che seppure immobile e all'apparenza apatico, da sotto il velo la stava fissando. Le nubi di sangue le parvero avvicinarsi improvvisamente alla terra. Tuttavia il suo seme era pronto e in lei il germe della paura era estinto. "Il fiume l'ho fatto con il mio sangue e dal mio sangue è ripagato." disse, nella lingua infusa dal Raama Toi "Ora esso nutre e guarisce le terre della Caduta. Non mi hai fatta per questo, creatore?"

Una sensazione nuova, il fastidio, snaturò il blu dell'occhio di Indh e lo rese meno brillante. "Il Secondo Codice hai violato, suscitando il sentimento al di fuori dei suoi confini." disse il dràna "Per tre volte hai generato pulsioni e per tre volte i loro sussurri non hai ricambiato".

Il Secondo era il Codice cui meno Ar Tlanèrva era affezionato, sicché l'incombere dei cieli sulle spalle di Mamath fu alleggerito e da sotto il velo di sangue lo sguardo si spense. Allora Mamath si mosse in avanti di un passo "Il lupo era affamato e solo, e ora non lo è più; parlando di Ulm'andher e Ulm'rahktan, al loro sussurro ricambierò col mio non appena il suo suono potrà essere da essi ascoltato, nel profondo della Mietitura. Questo lo so perché ho ascoltato il canto di Zatàmana, creatore, e se tu non lo avessi coperto con la seconda voce, lo sentiresti anche tu."

La pupilla d'argento si incrinò e il blu divenne opaco, come coperto da una cataratta di rabbia. "Il Terzo Codice hai violato, nel separare l'acqua dalla terra, prima confinandola di tua mano in un contenitore, poi nell'azione di quelli che tu chiami figli, i quali recano all'Abbraccio il freddo che ghiaccia le coste, l'umido che ruba al mare per dare alla terra, il torrido che fiacca la vita e il secco che la fa appassire"

Di nuovo Mamath percepì il peso dello sguardo di Ar Tlanèrva, da cui si sentì consumare, ma ormai il suo cuore batteva di concerto al Coro e persino il dolore ne era diventato una nota. "Usa il tuo occhio e guardami meglio, creatore: la forgiatura del tuo canto è forse rimasta intatta? Tu stesso non sei più il dràna suscitato dalla terra morta, non più simile tra i tuoi simili, ma primo su tutti loro. Tutto è cambiato e ancora cambierà, a prescindere dall'esistenza mia, dei miei figli, o dei figli dell'Abbraccio. Persino la Materia non è rimasta integra nel suo grembo di sempiterna conservazione, dunque tu vorresti che io attraversi il tempo senza manipolare il mondo, o senza che esso manipoli me?"

L'occhio iniziò a tremare e la pupilla d'argento guizzò insolentita su Ar Tlanèrva, che ancora stava seduto sul corpo del cervo, tenendo saggiamente lo sguardo e i pensieri ben al riparo del velo di sangue; ma il cadavere che gli faceva da scranno si era fatto rigonfio e dagli orifizi strisciarono fuori vermi d'ogni risma. Interpretandolo come segnale non solo per Mamath, ma anche nei suoi confronti, Indh dipanò il suo verbo in volo di guerra, e tanto sentiva di non poter fallire da riuscire a malapena ad accordare una voce all'altra. "Il Quarto Codice hai violato, ché le creature della notte hai circuìto alla luce, condannandole alla morte malgrado la natura le volesse vive al riparo delle tenebre"

Mamath rispose "Così come accettarono i doni dell'Oscuro Gemello, allo stesso modo hanno scelto di attendere l'alba per conoscere. Ho proposto, non imposto, una scelta e loro l'hanno esercitata pagandone il prezzo. Non so se esista saggezza che valga la vita, creatore, ma so che il cambiamento chiede sacrificio"

Vedendo Ar Tlanèrva alzarsi e i colori piegarsi sotto l'ira di Indh, Mamath li anticipò "Avesse potuto un qualunque ente del cosmo spezzare i Codici, essi non sarebbero stati tali. Infatti, se siete entrambi qui è perché non soltanto ho la colpa di aver bevuto dal Raama Toi prima di te, creatore, ma anche per aver capito cos'è il sangue che mi è stato donato."

Disse queste parole e attese, vestita di pace.

Il velo di Ar Tlanèrva si sollevò, rivelando il tremendo sguardo di Shintara, e prese la forma di una corona; questa si scompose sgocciolando verso il cielo rosso, finché non lo saturò di sangue coagulato e incancrenito che sull'Abbraccio e i suoi figli sparse un'anima di orrore. Un boato secco ruppe le nubi e ne rovesciò l'odioso contenuto su Mamath, crivellandola con feroci e affilate stille di pioggia rossa, che si moltiplicarono senza requie finché la tempesta non si addensò a comporre il velo, dietro il quale la figura della blasfema fu separata dalla vista di Ar Tlanèrva. Al precipitare dell'ultima goccia, le nubi esauste liberarono i cieli e ciò che rimaneva di Mamath era ormai mescolato al brodo di sangue sulla terra.

mercoledì 5 agosto 2020

La Semina -XLIV-

Più in alto della vetta da cui Indh aveva sfidato i cieli, più veloce dei raggi con cui X'En cercava invano di ghermirla, Mamath sorvolò il mondo da un capo all'altro; dalle fitte foreste dove il suo solco era stato inciso, fino ai grandi laghi ghiacciati dell'estremo settentrione, i suoi occhi ricostruirono il volto di Ama Nundra Mun e ne impressero nel sangue il ricordo. Al termine di quel suo esercizio di pura gioia, non ci fu vento da cui non fosse stata cullata, animale la cui forma le fosse estranea, carcassa su cui non avesse affondato il becco, e così tornò alle Montagne Nere e all'aspetto che Indh aveva voluto per lei. Nel passare accanto a un basso rovo, però, sentì che questo emetteva un suono che non aveva mai sentito e si fermò a osservarlo. Mentre la mano già si infilava tra le foglie acuminate per scoprire l'anima di quel fenomeno, questo saltò fuori sua sponte palesandosi alla vista di Mamath: era un animale che non aveva mai visto, nero come la forma che aveva eretto a monumento per la tenebra, e le pupille aveva filiformi o rotonde, a seconda che fossero colpite dalla luce o dall'ombra; le orecchie appuntite conferivano allo sguardo, già traboccante di intelligenza, ulteriore sagacia, e nonostante le piccole dimensioni e il pelo curato lo volessero inadatto alla natura selvaggia, Mamath al solo guardarlo percepì qualcosa di più affilato rispetto a denti e artigli, tenuti nascosti con tranquillità sorniona. Allora lo chiamò Ulm'rahktan, siccome era venuto "dal nulla", e gli insegnò la lingua dei dràna perché era convinta che ne avrebbe fatto buon uso; era quasi l'alba quando iniziarono e prima che il sole sorgesse per la nona volta la trasmissione fu compiuta. In principio, la curiosità di Mamath volle saziarsi circa l'origine del suo interlocutore e solo quando egli ebbe sentita la domanda le rispose: raccontò di essere stato il vuoto attorno a cui il cespuglio di bacche si era formato, la matrice del solco che l'aveva condotta alle Montagne Nere, gli sguardi muti annidati negli oscuri intestizi stellari; quando lei aveva omaggiato la notte prendendo le ali, la notte aveva ricambiato facendosi carne.
Non essendo più sicura di essere ancora la maestra, Mamath mantenne comunque il ruolo di chi pone le domande, perché Ulm'rahktan sembrava ricevere dal semplice fissarla le risposte che cercava. Intrattennero da lì una lunga conversazione circa tutti gli aspetti della Materia e più lo scorrere del discorso si imponeva sull'alternarsi del giorno e la notte, fiaccando finanche la presa del caldo e del freddo sui loro sensi, più ampie diventavano le reciproche prospettive e, al contempo, più profonde le differenze; per esempio, Ulm'rahktan credeva che giorno e notte fossero costrutti originati dalla prigionia di X'En, quindi subordinati alla natura dell'Abbraccio, mentre per Mamath, così come Ama Nundra Mun era stata plasmata dalla Materia per poter fungere da equilibrio cosmico alla guerra dei Gemelli, allo stesso modo il giorno e la notte si erano integrati all'Abbraccio elargendo varietà alle sue creature. Nonostante sempre più spesso la loro filosofia sfociasse in collisione, non v'era astio nel loro animarsi, ma anzi l'amalgama dei loro canti concepì un Coro tramite il quale tutto ciò che si erano detti si connaturò all'Abbraccio, scomponendosi nelle quattro anime che furono matrici delle stagioni.
Le tenzone verbale si esaurì in capo a trecentosessantacinque giorni, quando ciò che in principio era nato come poco più di un ozioso diletto maturò in diversi ordini di grandezza, e le stagioni si imposero come il naturale respiro della terra stessa; tra tutti i virgulti che avevano fatto sbocciare e appassire, uno lo mantennero cristallizzato nella sua adamantina bellezza: l'affetto tra i loro genitori. Nel godere del tepore della neonata famiglia, Mamath ricordò però la sua missione, e con essa le parole di Ulm'andher circa il fatto che di figli ne avrebbe avuti non quattro, ma otto. Allora si congedò dall'amato Ulm'rahktan con la promessa che avrebbero conversato di nuovo e cantando tornò a Moa. Lì stava ad attenderla il dràna, assiso sull'albero dai fiori rosa che con gelido inganno Mamath aveva contribuito a creare. Sollevata verso di lui la vescica ricolma di acqua di mare, lo attirò dunque al suo livello e quando fu a portata gliela svuotò addosso: l'acqua cadde a terra senza che una singola stilla si azzardasse a entrare in contatto col corpo del dràna. Anticipando la domanda che stava per arrivare, Ulm'andher spiegò a Mamath che ciò che lei vedeva come un inganno, per lui altro non era che partecipazione al Coro di Zatamana. Parlando la lingua nella cui padronanza entrambi raggiungevano lo stesso talento, le disse infatti di averla soltanto accompagnata alla maturazione del suo seme. Ora che in virtù delle sue azioni quel seme era pronto, le cantò che nel momento in cui fosse uscita da Moa, avrebbe da sola operato la semina dando alla luce gli ultimi quattro figli. Prima di congedarsi, Mamath ebbe un pensiero per gli Us'fulum e chiese a Ulm'andher cosa sarebbe stato di loro. Il dràna rivelò che dal suo trono Zatamana impone a ogni cosa un ciclo di semina, fioritura e mietitura, e questa risposta le bastò.
Tornata nel mondo, l'aria si era fatta greve e le nubi cariche di sangue, il vento aveva smesso di respirare e l'erba di crescere. Al centro della spianata antistante le Montagne Nere, cui Mamath dava le spalle, c'erano due figure che conosceva molto bene: la prima era quella del suo creatore, ridotto all'occhio blu dalla pupilla d'argento, menomato nel corpo ma non nel potere; l'altra se ne stava seduta sul cadavere di un cervo, con la testa bassa e il volto coperto da un lungo velo vermiglio, che "scorreva" come omaggio al nome del Quinto Codice.

mercoledì 29 luglio 2020

La Semina -XLIII-

Dopo aver seguito l'errare del maiale con occhi privi di luce alcuna, Mamath nutrì pensieri che trascendevano la natura e l'ordine delle cose, e si mosse per raggiungerlo. Quello, che non percepì il pericolo giacché era convinto che la creatura appena incontrata, per quanto bizzarra, fosse più pericolosa per se stessa che per gli altri, decise che la ricerca di nutrimento fosse più importante e la ignorò. Mentre si avvicinava, Mamath intuì la fioritura di un cambiamento prima ancora di percepirlo sui sensi: qualcosa si era imposto tra lei e l'animale come un sentiero di terra su un fiume altrimenti inguadabile, aveva sfilacciato le loro spiritualità vestigiali per allacciarle in una corda, eterea ma potente. Mamath continuò a camminare senza sapere se ciò avvenisse per volontà sua o per azione della corda, e quanto più questa tirava, tanto meno quella la combatteva, così che il processo venne a maturazione quando ogni dubbio o reticenza fisica erano stati banditi. Soltanto allora i sensi vennero coinvolti: al naso di Mamath arrivò l'odore del sangue, alle orecchie il suono prodotto dal vorticare del flusso nelle vene dell'animale fino al suo cuore. Esercitando dunque una presa su quei sensi e su quella corda, Mamath espresse la volontà che il maiale si girasse a guardarla e così avvenne. Nel momento in cui incontrò i suoi occhi, seppe di averlo in completo potere e gli ordinò ancora una volta di confidarle il segreto dell'acqua; ma l'ignoranza del maiale era genuina, non conosceva il sotterfugio o il segreto perché la natura semplice, che sviluppa i suoi magri bisogni nell'Abbraccio, non ne ha necessità. Mamath dunque addivenì alla risoluzione estrema di aprirlo per scoprire da sola la risposta cui così morbosamente anelava, ma quel desiderio destò una nuova voce, altra da quella del sangue già ascoltata, che istruì Mamath su ciò che quell'atto avrebbe generato come conseguenza: la morte del maiale.
Nello spazio di un battito di palpebre, presa consapevolezza del sacro legame fra azione e reazione, operò un taglio e la corda fu recisa; venne meno la presa sull'animale, che finalmente andò per la sua strada. Mamath allora fece ritorno tra gli alberi, dove essi erano più fitti, e rinvenuto un ramo lungo e sottile, dopo averne acuminato l'estremità tramite una pietra scheggiata, ricavò da esso un'arma. Facendosi quindi guidare dai grugniti che ancora si sentivano tra i tronchi muti, ritrovò il maiale che stava nutrendosi di radici e scagliato il ramo lo uccise sul colpo. Con la pietra squarciò poi l'ampio ventre roseo e un groviglio di interiora si accasciò caldo al suolo, e lì vi immerse le mani alla ricerca dell'organo che sentiva essere la sorgente del miracolo dell'acqua. Quando infine estrasse la vescica e riuscì a guardarla meglio, Mamath vide che non conteneva nulla e il cuore le si colmò di delusione, specie perché non sembrava nemmeno rispondere alle manipolazioni, né tantomeno al potere dei canti dràna.
Ancorché tremante di fastidio, Mamath ideò una soluzione che potesse soddisfare la richiesta di Ulm'andher e quindi la missione che si era data, ma che lasciasse d'altra parte irrisolto quel mistero: tornò alla spiaggia e riempì la vescica immergendola nel mare, infine si girò verso ponente e intraprese la lunga marcia di ritorno verso le Montagne Nere. Camminò per molti giorni e molte notti, riposandosi solo quando le ginocchia la abbandonavano e bevendo dalla vescica quel tanto che era necessario al suo corpo per non soccombere all'odio dell'altissimo X'En. Proprio al cielo alzò i suoi occhi stanchi, desiderando la notte quando la luce era più violenta, e all'arrivo del vespro sospirava nel piacere della sua fresca benedizione, scoprendosi a voler poggiare la testa sul petto del buio, là dove le stelle sembravano più forti e giovani, innamorata del crepuscolo. Una notte, Mamath decise di non volersi riposare né ristorare, ma continuò il suo viaggio con gli occhi rivolti al firmamento, perché in testa aveva una fantasia che leniva l'arsura, riempiva lo stomaco e mondava la carne dalla fatica; dopo aver ragionato sull'architettura del canto dràna e la sua scienza, immaginò se con esso potesse fare di se stessa un monumento alla notte. Allora per dare alito al pensiero si produsse in un canto che subito la sollevò dalla terra, portandola così in alto da vedere ciò che le stelle vedono, da percepire il suo stesso corpo fendere l'aria senza rabbrividire, ma anzi venendo da essa temprata; le braccia si fecero ali e la pelle si coprì di folto piumaggio, lucido per riflettere l'albedo della luna e lo sguardo stellare, mentre il viso si allungava quasi a voler toccare anzitempo l'orizzonte. Mamath prese la tinta della notte e la salutò con un gioioso gracchiare, tenendo la vescica stretta tra i ricurvi artigli.

mercoledì 22 luglio 2020

La Semina -XLII-

L'incontro tra Mamath e il mare avvenne perché una aveva udito il richiamo dell'altro, trovandolo quando la reciproca curiosità li aveva attratti sulla costa come un lupo presso l'odore del sangue, o un grave che cade nel vuoto tanto a lungo quanto è la distanza che lo separa dalla terra. Mamath calcò i piedi nella sabbia calda traendone un sollievo fugace, giacché i suoi occhi e il suo cuore si erano aggrappati alla visione della riva e alla pace che ne era emanazione. Quando ogni attrazione era diretta dal Coro al fine di collidere, la loro invece trovava ragione nella fusione, sicché essendo ormai immersa fino al bacino, Mamath espresse il desiderio di diventare acqua lei stessa. Invero sarebbe successo, se solo il pensiero si fosse tradotto nel canto dràna che stava imparando a padroneggiare, ma qualcosa le aveva bloccato le parole davanti ai cancelli delle labbra, che anziché schiudersi per lasciarle uscire, erano rimasti serrati: un inusuale riflesso sull'acqua l'aveva persuasa a guardare più attentamente, e nel momento in cui le increspature si erano distese e l'acqua si era fatta limpida, seppe che quel riflesso incarnava la sua immagine. Grazie a esso guardò dunque meglio l'aspetto della piaga sul suo petto e conobbe l'asimmetria data dalla mancanza di un seno, che scoprì di apprezzare; finalmente diede anche un'immagine a ciò che solo il tatto delle dita aveva esplorato, vedendo l'ovale del viso e della testa, il taglio degli occhi e la consistenza delle labbra, la forma di orecchie e naso.
Oltre a questo, in Mamath maturò la coscienza del ruolo da lei occupato nel tempo e nello spazio, e d'un tratto il desiderio di diventare acqua si dissolse. Allora il mare tornò a incresparsi e il cielo venne coperto da nubi scure, si alzò il vento in una folata tanto violenta quanto breve, quasi fosse stata solo araldo dell'arrivo di una voce ancora più forte. Da quel momento parlò infatti Tlaotlican col rombo delle onde, dicendo a Mamath che non era stata l'unica a cercare risposte nell'acqua, ma era senza dubbio la prima a trovarle. Quando altri avevano ricavato solo inganno, paura e odio, lei aveva attinto saggezza e perciò Tlaotlican le corrispose una ricompensa: i suoi discendenti più puri avrebbero ricevuto dall'acqua il resto della conoscenza, che a lei invece veniva preclusa perché il suo sangue era lordato e corrotto dall'odiosa impronta dràna. Comprendendo non solo l'equilibrio della sentenza, ma anche una verità che Ulm'andher le aveva taciuto, Mamath ringraziò l'Eterno e giunse le mani per raccogliere l'acqua nei palmi. Per quanto ci provasse, però, l'acqua trovava sempre un modo per scivolarle via dalle dita o dagli anfratti della pelle, così si risolse a cercare qualcos'altro che fosse utile a quello scopo; provò prima a contenerla in una conchiglia, poi dentro un ramoscello cavo e infine ne trattenne in bocca un gran sorso, ma realizzando di non poter tornare alle Montagne Nere in quella condizione, si arrese a sputarla subito.
Sconfitta da un problema cui non riusciva a dare soluzione, e circondata dal freddo alito della notte incipiente, Mamath ripiegò lontano dalla spiaggia, nella macchia di pini sotto le cui fronde il riposo fu trovato e consumato tranquillamente. Al primo chiarore del giorno nuovo, venne attratta dal grugnito di una presenza che si muoveva poco distante da lei, calpestando senza grazia il letto di pigne e aghi rinsecchiti caduti dai loro alberi. Dopo averlo cercato per sfogare la sua natura curiosa, Mamath scoprì dunque il maiale, una creatura che non aveva mai visto prima e che con una certa repulsione osservò grufolare alla ricerca di radici, funghi e altro nutrimento. Stando attenta a non allertarlo, non fidandosi della copertura già offerta dal gran chiasso che l'animale alzava a ogni passo, lo seguì tra gli alberi finché non lo vide fermarsi all'improvviso per urinare. Senza affatto reprimere la curiosità su come fosse possibile produrre acqua da un corpo che acqua non è, Mamath maturò infine il desiderio, poi divenuta voglia morbosa, di scoprire il funzionamento di quel processo. Usando il canto dràna chiamò il maiale e quello, che non aveva mai visto un bipede senza piume e senza pelo, per di più con una mammella soltanto, insomma un essere di fattezze così singolari, la fissò in silenzio. Ci volle del tempo affinché una guadagnasse la fiducia dell'altro, ma quando ciò avvenne, il maiale confidò a Mamath di produrre acqua quando sentiva di doverlo fare. Alla rimostranze di lei sul fatto che niente potesse nascere dal nulla, l'animale in un primo momento la guardò intensamente negli occhi, poi disse di aver fame e senza dire altro si allontanò. Insoddisfatta e altresì umiliata, Mamath raggiunse la sua prima epifania morale realizzando che quel maiale le avrebbe dato ciò che cercava, in una maniera o nell'altra.