La Parola fu trasmessa da Ahn a Shintara affinché lei potesse esercitarla come il maestro aveva insegnato, quindi la Vergine si avvicinò a Gargalos da dentro l'immensa ombra del re, perché fu pronta a fare ciò che andava fatto. Emise la Parola con la pura brutalità che l'aveva animata nella difesa del suo giardino, ma nell'attimo in cui la pronuncia fu compiuta, Shintara ne perse il controllo e la memoria, come un arco cui la freccia appena scoccata non appartiene più. Similmente anche Gargalos fece in tempo a contemplare la Parola prima di sentire su di sé gli effetti ed esserne trasformato. Il re grigio assunse infatti la forma che aveva visto durante la Caduta, e che aveva amato senza riserve prima ancora di sapere che quello era il viso di Ama Nundra Mun, destinata a essere tanto la sua vittima quanto il suo miracolo. La perfezione immortale contenuta nella grandezza del Primo Codice ora apparteneva all'aspetto dell'ormai spento Gargalos, plasmato dalla Parola in un disco pallido.
Raccolti nel fascino di quanto avevano visto, gli Xenwa superstiti della battaglia ereditarono la volontà di Gargalos e si votarono a Shintara. Solo allora e solo a lei apparve Ulm'andher, mostrandosi nell'aspetto proprio della Vergine e cantandole cosa sarebbe successo da lì in avanti.
Ulm'andher esordì con la celebrazione della vittoria e l'esaltazione del loro sodalizio, ma quando lo sguardo duro di Shintara chiese perché durante la battaglia l'avesse lasciata sola, il canto rispose che il risultato più prezioso è quello che si ottiene senza necessità di violenza. La Vergine comprese in quel momento il ruolo di Ulm'andher nella convocazione di Gargalos e si placò. Tessendo fili di suono che solo lui poteva vedere, la istruì su come brandire il nuovo corpo di Gargalos e lei obbedì, e ciò che la Parola aveva plasmato in un innocuo disco pallido, sul braccio di Shintara divenne poderoso scudo per sé e per l'Abbraccio. Rigenerata dal tracimante travaso di potere, la Vergine alzò l'arma per chiamare a raccolta gli Xenwa e con un altro movimento ordinò che marciassero dove la sua ambizione comandava: verso le montagne nere di Rasseth. Tanto era corrotta dall'ingenuità che bastasse la sua nuova forza ad abbattere Sei Ali, la Vergine nemmeno badò agli avvertimenti di Ulm'andher e in testa a novanta colonne di luminosi Xenwa iniziò la marcia di guerra.
Ma Ulm'andher, cui il genio non difettava perché sapeva che l'acqua trasforma la roccia più velocemente e meglio di un'altra roccia, la incalzò col racconto di Hieralw. Le cantò del vorace re Xenwa, cresciuto nel corpo più di Gargalos e nel potere più di Rasseth, destinato a far del mondo il suo ultimo pasto dopo aver consumato terra, acqua e persino la sua razza.
Quando finalmente ebbe l'attenzione di Shintara, il saggio Ulm'andher cantò che nella sconfitta di Hieralw risiedeva la fonte di un potere ancora più grande rispetto al re grigio, necessario alla sopravvivenza dell'Abbraccio e chiave per la sempiterna cancellazione della Caduta dalla terra. La Vergine allora attese che le venisse detto dove portare la guerra e Ulm'andher indicò la parte opposta alle montagne nere, cantando di una steppa senza fine oltre il deserto della Caduta, là dove al riparo di colli aridi e gole scavate nella pietra rossa stavano in agguato i cacciatori di Hieralw, sue avanguardie sul mondo e messaggeri dell'appetito senza riposo del loro signore.
mercoledì 1 aprile 2020
mercoledì 25 marzo 2020
Sussurri della Mietitura -XXV-
A ogni passo del re grigio, Shintara nutrì la sensazione che la terra sotto di sé fosse sul punto di aprirsi per inghiottirla. I gemiti di Ama Nundra Mun si tradussero nel suono del terreno secco che si frattura, e il campo di battaglia si divise in frammenti solcati da fiumi di abisso sconfinato. Piogge di membra sconfitte liberarono il campo di battaglia dalle loro tristi presenze per precipitare nell'oscurità, mentre il conflitto scivolava via dall'aria greve per lasciare il trono ai passi tonanti. Quando tutto tacque, la Vergine non vide più gli Xenwa, nè il deserto della Caduta e l'orizzonte della guerra, e alzando la testa non vide nemmeno il cielo coi suoi vuoti e le sue stelle. Tutto questo giaceva alle spalle dell'immenso corpo di Gargalos.
Il re grigio fissò il Letto della Vergine e in un attimo le fiamme che ne consumavano il verde si estinsero, come obbedendo a silente comando. Infine il suo sguardo scese su Shintara e lei lo sostenne, serrando i muscoli violenti e preparandosi a porre fine alla lotta e finanche alla propria esistenza, non per coraggio o per sfida, ma per rendere chiaro che non gli avrebbe permesso di invadere l'ultimo angolo di Abbraccio rimasto sulla terra. Fu allora che il sussurro di un canto familiare esalò dai recessi del loro pensiero e li avvertì di placarsi, ché non aveva propiziato quell'incontro per assistere ad altra morte. Tramite la voce che sgorgava dal loro interno, Shintara e Gargalos finalmente si conobbero: il re grigio seppe di avere davanti colei che Tlaotlican non smette mai di chiamare "figlia", quando le onde si abbattono malinconiche sulla roccia; la Vergine fu istruita sulla storia di Gargalos, unico della sua schiatta ad aver mostrato compassione per ciò che il suo creatore voleva distruggere. Dal canto appresero che la loro carne veniva da Lhé e che per vie diverse si erano ricongiunti nella singolarità della purificazione dal fuoco. Oltre a questo, la cosa che più di tutte li univa era il desiderio di proteggere il giardino e di estenderne la bellezza all'intero volto di Ama Nundra Mun, guarendo la tetra cicatrice di sabbia e cenere che la Caduta le aveva inferto.
Entrarono dunque in comunione, i due grandi avversari, e nell'attimo in cui i loro sentimenti si toccarono risalì il canto che li aveva fatti incontrare. Esso cantò che se Gargalos si fosse votato per sempre al servizio di Shintara, avrebbe ricevuto in dono il potere di serrare l'Abbraccio. Senza attendere oltre, il re grigio acconsentì.
Eruppe allora dal buio cosmo la voce di tutti gli Eterni, della terra e del mare, del cosmo stesso. Il fruscio tra le fronde del Letto di Shintara venne richiamato a dare corpo al Suono, da lontano arrivò l'ululato del vento tra i monti neri di Rasseth e ogni cosa compose il timbro plasmatore della Materia. Tra Gargalos e Shintara, al loro fianco, sopra e sotto risuonò la lingua dei creatori e disse che per sugellare quel desiderio, come aveva già fatto in passato, era necessario che la Vergine imparasse una parola.
Il re grigio fissò il Letto della Vergine e in un attimo le fiamme che ne consumavano il verde si estinsero, come obbedendo a silente comando. Infine il suo sguardo scese su Shintara e lei lo sostenne, serrando i muscoli violenti e preparandosi a porre fine alla lotta e finanche alla propria esistenza, non per coraggio o per sfida, ma per rendere chiaro che non gli avrebbe permesso di invadere l'ultimo angolo di Abbraccio rimasto sulla terra. Fu allora che il sussurro di un canto familiare esalò dai recessi del loro pensiero e li avvertì di placarsi, ché non aveva propiziato quell'incontro per assistere ad altra morte. Tramite la voce che sgorgava dal loro interno, Shintara e Gargalos finalmente si conobbero: il re grigio seppe di avere davanti colei che Tlaotlican non smette mai di chiamare "figlia", quando le onde si abbattono malinconiche sulla roccia; la Vergine fu istruita sulla storia di Gargalos, unico della sua schiatta ad aver mostrato compassione per ciò che il suo creatore voleva distruggere. Dal canto appresero che la loro carne veniva da Lhé e che per vie diverse si erano ricongiunti nella singolarità della purificazione dal fuoco. Oltre a questo, la cosa che più di tutte li univa era il desiderio di proteggere il giardino e di estenderne la bellezza all'intero volto di Ama Nundra Mun, guarendo la tetra cicatrice di sabbia e cenere che la Caduta le aveva inferto.
Entrarono dunque in comunione, i due grandi avversari, e nell'attimo in cui i loro sentimenti si toccarono risalì il canto che li aveva fatti incontrare. Esso cantò che se Gargalos si fosse votato per sempre al servizio di Shintara, avrebbe ricevuto in dono il potere di serrare l'Abbraccio. Senza attendere oltre, il re grigio acconsentì.
Eruppe allora dal buio cosmo la voce di tutti gli Eterni, della terra e del mare, del cosmo stesso. Il fruscio tra le fronde del Letto di Shintara venne richiamato a dare corpo al Suono, da lontano arrivò l'ululato del vento tra i monti neri di Rasseth e ogni cosa compose il timbro plasmatore della Materia. Tra Gargalos e Shintara, al loro fianco, sopra e sotto risuonò la lingua dei creatori e disse che per sugellare quel desiderio, come aveva già fatto in passato, era necessario che la Vergine imparasse una parola.
mercoledì 18 marzo 2020
Sussurri della Mietitura -XXIV-
Quando l'orizzonte della Caduta si bagnò della luce rossa degli Xenwa, attratti dalla bestemmia che il Letto della Vergine con la sua sola esistenza rappresentava, Ulm'andher cantò a Shintara di raccogliere la sua furia, ché le prede stavano per arrivare. Poi sparì e l'eco delle sue parole si trattenne ancora sull'aria, come una cappa d'umidità.
Davanti alla Vergine sorse dunque l'alba della guerra, come Ulm'andher aveva predetto. La prole di X'En marciò divisa attraverso le lande della Caduta, non facendosi distrarre da altro se non dai ciuffi di verde e dall'odore di frutti maturi. Fu così che vennero schiacciati: Shintara li massacrò senza quasi trovare resistenza, disintegrando la loro carne con lucida furia e spargendone il Nuharon sulle sabbie. La Vergine si mosse metodica attraverso la torma disordinata e la rese meno folta, frenandone l'avanzata al costo di immensa fatica e quindi ricorrendo sempre più spesso a indicibili nefandezze. Nella morte, gli Xenwa rimpiansero di non essere riusciti a completare l'opera per cui la Fiamma Immortale li aveva generati, ma un attimo prima di ricevere la rabbia di Shintara, cui alcuni si opposero mentre tutti gli altri si consegnarono, fu levata la preghiera ai loro Re, per ricevere il perdono e la promessa di rappresaglia.
Più Xenwa venivano abbattuti, più l'orizzonte ne produceva. Shintara, che già era allo stremo delle forze, al vederli arrivare non solo pensò che non avrebbe mai superato l'apice della battaglia, ma si rese conto che per continuare a combattere sarebbe stata costretta a muoversi su un tappeto di corpi senza vita. Richiamò allora i racconti di Tlaotlican, per darsi forza, e ciò le bastò per qualche tempo, finché gli Xenwa non si accorsero della sua postura incerta, della prevedibilità dei suoi movimenti, della difesa fiacca ai loro contrattacchi. Pur continuando a morire uno dopo l'altro, riuscirono a farla arretrare fino quasi ai limiti del Letto della Vergine, dove più volte la costrinsero in ginocchio eppure senza mai riuscire a sopraffarla. Si difese come poteva, con ciò che poteva, ma le forze la lasciarono in balia dei suoi aggressori, mentre alcuni di loro ne approfittavano per estirpare palmizi e diffondere incendi nel giardino. Per la seconda volta Tlaotlican offrì il proprio aiuto, ma per la seconda volta lei lo rifiutò; non voleva che le onde travolgessero il Letto più di quanto gli Xenwa non stessero già facendo. Allora, maciullata ed esanime, la Vergine si aggrappò agli invasori non per combatterli, ma per impedir loro di avanzare, senza accorgersi che alcuni si erano già fermati rivolgendosi immobili all'orizzonte da cui erano venuti. Prima di vederlo, Shintara lo sentì: rombi lontani partorivano forze che guizzavano veloci sul terreno, propagandosi in ogni direzione. Gli alberi ancora integri ne vennero scossi, quelli avvolti dalle fiamme a ogni vibrazione si piegavano un po' di più, fino a crollare sulle loro stesse radici.
I figli di X'En, gli Xenwa portatori della Caduta, arrestarono la loro opera per porgere il loro saluto a colui che dall'orizzonte incedeva lento attraverso il deserto. Gargalos, che tanto aveva ferito la Culla tra i Vuoti e altrettanto l'aveva guarita, mosse la terra coi tuoni prodotti dall'avanzata sul campo di battaglia. Shintara raccolse ciò che restava di se stessa e si alzò per fronteggiare il più forte tra i suoi nemici, guardandolo avvicinarsi minaccioso e sopportandone l'ombra, pesante almeno quanto il corpo.
Davanti alla Vergine sorse dunque l'alba della guerra, come Ulm'andher aveva predetto. La prole di X'En marciò divisa attraverso le lande della Caduta, non facendosi distrarre da altro se non dai ciuffi di verde e dall'odore di frutti maturi. Fu così che vennero schiacciati: Shintara li massacrò senza quasi trovare resistenza, disintegrando la loro carne con lucida furia e spargendone il Nuharon sulle sabbie. La Vergine si mosse metodica attraverso la torma disordinata e la rese meno folta, frenandone l'avanzata al costo di immensa fatica e quindi ricorrendo sempre più spesso a indicibili nefandezze. Nella morte, gli Xenwa rimpiansero di non essere riusciti a completare l'opera per cui la Fiamma Immortale li aveva generati, ma un attimo prima di ricevere la rabbia di Shintara, cui alcuni si opposero mentre tutti gli altri si consegnarono, fu levata la preghiera ai loro Re, per ricevere il perdono e la promessa di rappresaglia.
Più Xenwa venivano abbattuti, più l'orizzonte ne produceva. Shintara, che già era allo stremo delle forze, al vederli arrivare non solo pensò che non avrebbe mai superato l'apice della battaglia, ma si rese conto che per continuare a combattere sarebbe stata costretta a muoversi su un tappeto di corpi senza vita. Richiamò allora i racconti di Tlaotlican, per darsi forza, e ciò le bastò per qualche tempo, finché gli Xenwa non si accorsero della sua postura incerta, della prevedibilità dei suoi movimenti, della difesa fiacca ai loro contrattacchi. Pur continuando a morire uno dopo l'altro, riuscirono a farla arretrare fino quasi ai limiti del Letto della Vergine, dove più volte la costrinsero in ginocchio eppure senza mai riuscire a sopraffarla. Si difese come poteva, con ciò che poteva, ma le forze la lasciarono in balia dei suoi aggressori, mentre alcuni di loro ne approfittavano per estirpare palmizi e diffondere incendi nel giardino. Per la seconda volta Tlaotlican offrì il proprio aiuto, ma per la seconda volta lei lo rifiutò; non voleva che le onde travolgessero il Letto più di quanto gli Xenwa non stessero già facendo. Allora, maciullata ed esanime, la Vergine si aggrappò agli invasori non per combatterli, ma per impedir loro di avanzare, senza accorgersi che alcuni si erano già fermati rivolgendosi immobili all'orizzonte da cui erano venuti. Prima di vederlo, Shintara lo sentì: rombi lontani partorivano forze che guizzavano veloci sul terreno, propagandosi in ogni direzione. Gli alberi ancora integri ne vennero scossi, quelli avvolti dalle fiamme a ogni vibrazione si piegavano un po' di più, fino a crollare sulle loro stesse radici.
I figli di X'En, gli Xenwa portatori della Caduta, arrestarono la loro opera per porgere il loro saluto a colui che dall'orizzonte incedeva lento attraverso il deserto. Gargalos, che tanto aveva ferito la Culla tra i Vuoti e altrettanto l'aveva guarita, mosse la terra coi tuoni prodotti dall'avanzata sul campo di battaglia. Shintara raccolse ciò che restava di se stessa e si alzò per fronteggiare il più forte tra i suoi nemici, guardandolo avvicinarsi minaccioso e sopportandone l'ombra, pesante almeno quanto il corpo.
mercoledì 11 marzo 2020
Sussurri della Mietitura -XXIII-
Un'ombra si allungò su Shintara e le disse di non preoccuparsi, ché era lì per aiutarla; ma la Vergine non era abile al linguaggio e rispose con l'atto di rimettersi in piedi, così da fronteggiare la presenza. A quel punto però non vide nessuno, né percepì il velo gelido che l'incombere di quella voce aveva annunciato. Attorno a sé ogni suono si fece ovattato, come se gli spettri della vita precedente alla Caduta l'avessero circondata per sussurrarle la storia di come si erano spenti. Shintara provò a concentrarsi su ciascuno di essi, ma per quanto si sforzasse di ascoltare il racconto dell'albero che era bruciato, del Nér che era morto cantando, della creatura che aveva cercato inutilmente di mettere al sicuro la sua prole dalla pioggia di luce, la sua mente seguiva il flusso di una voce più piccola. Questa era l'ago e Shintara il filo. Quando insieme ricucirono il vortice intorno, l'ombra che poco prima sembrava essere sparita fu ricomposta. Essa però percepì la diffidenza della figlia di Tlaotlican nei confronti di qualcosa che poteva sentire, ma non vedere, e assunse le sole sembianze con cui sarebbe stata accettata: quelle della stessa Shintara.
La Vergine non si riconobbe nelle fattezze che la presenza aveva riprodotto, ma ne rimase affascinata e ancor di più quando per riflesso una copiava i movimenti dell'altra. Ottenuta una primitiva fiducia, la presenza ribadì a Shintara il desiderio di rovesciare i Triarchi Xenwa, così da pulire il volto di Ama Nundra Mun dalla cenere e permettere all'Abbraccio di rifiorire. Parlò usando una lingua che la Vergine non aveva mai ascoltato, ma che stranamente riusciva a comprendere, suonandole familiare come quella del padre Tlaotlican, melodica nella costruzione e incalzante nel ritmo, eppure cupa nel tono e distante nell'eco. Per far breccia nelle ultime reticenze di Shintara, l'essere disse di avere in comune con lei non solo il desiderio di vedere Ama Nundra Mun finalmente guarita, ma anche qualcosa di più intimo: il nome. Rivelò dunque Ulm'andher, "da dentro", e allora Shintara capì perché in un primo momento l'aveva ascoltato senza tuttavia vederlo.
Ulm'andher blandì la foga della Vergine nel voler tornare subito all'assalto degli Xenwa e le consigliò di fermarsi, ché molte creature che lui aveva osservato prima della Caduta, quando sembravano volersi ritirare da uno scontro, in realtà prendevano la rincorsa per tornare a colpire più forte. Shintara capì, perché Tlaotlican l'aveva istruita bene, e insieme tornarono là dove lei era sorta dalle acque. Shintara allora si fermò impietrita davanti alla fioritura della propria Ascesa, perché guardando la terra che ricordava aspra e morta, non diversa dalla sterminata landa secca che il mondo era diventato, ora la vedeva soffocata dal verde e dalla bellezza, restandone lei stessa intossicata. C'erano alberi coi rami che si annodavano verso l'alto, a formare cuspidi affusolate di un verde intenso; fiori di ogni grandezza e colore affollavano il manto erboso cresciuto dalla roccia; bacche blu e viola crescevano insieme su un piccolo cespuglio schiacciato tra le immense radici di un tronco curvo, piegato dal peso dei suoi stessi frutti. Ulm'andher lo chiamò "il Letto della Vergine" e disse a Shintara che sarebbe stato un rifugio, una fonte di potere e nutrimento, ma soprattutto un'esca per gli Xenwa, che mal sopportano tutto ciò che ancora non è stato toccato dalla fiamma.
La Vergine non si riconobbe nelle fattezze che la presenza aveva riprodotto, ma ne rimase affascinata e ancor di più quando per riflesso una copiava i movimenti dell'altra. Ottenuta una primitiva fiducia, la presenza ribadì a Shintara il desiderio di rovesciare i Triarchi Xenwa, così da pulire il volto di Ama Nundra Mun dalla cenere e permettere all'Abbraccio di rifiorire. Parlò usando una lingua che la Vergine non aveva mai ascoltato, ma che stranamente riusciva a comprendere, suonandole familiare come quella del padre Tlaotlican, melodica nella costruzione e incalzante nel ritmo, eppure cupa nel tono e distante nell'eco. Per far breccia nelle ultime reticenze di Shintara, l'essere disse di avere in comune con lei non solo il desiderio di vedere Ama Nundra Mun finalmente guarita, ma anche qualcosa di più intimo: il nome. Rivelò dunque Ulm'andher, "da dentro", e allora Shintara capì perché in un primo momento l'aveva ascoltato senza tuttavia vederlo.
Ulm'andher blandì la foga della Vergine nel voler tornare subito all'assalto degli Xenwa e le consigliò di fermarsi, ché molte creature che lui aveva osservato prima della Caduta, quando sembravano volersi ritirare da uno scontro, in realtà prendevano la rincorsa per tornare a colpire più forte. Shintara capì, perché Tlaotlican l'aveva istruita bene, e insieme tornarono là dove lei era sorta dalle acque. Shintara allora si fermò impietrita davanti alla fioritura della propria Ascesa, perché guardando la terra che ricordava aspra e morta, non diversa dalla sterminata landa secca che il mondo era diventato, ora la vedeva soffocata dal verde e dalla bellezza, restandone lei stessa intossicata. C'erano alberi coi rami che si annodavano verso l'alto, a formare cuspidi affusolate di un verde intenso; fiori di ogni grandezza e colore affollavano il manto erboso cresciuto dalla roccia; bacche blu e viola crescevano insieme su un piccolo cespuglio schiacciato tra le immense radici di un tronco curvo, piegato dal peso dei suoi stessi frutti. Ulm'andher lo chiamò "il Letto della Vergine" e disse a Shintara che sarebbe stato un rifugio, una fonte di potere e nutrimento, ma soprattutto un'esca per gli Xenwa, che mal sopportano tutto ciò che ancora non è stato toccato dalla fiamma.
mercoledì 4 marzo 2020
Sussurri della Mietitura -XXII-
L'Ascesa portò Shintara dove un gruppo di Xenwa si era assembrato, formando un emiciclo attorno a qualcosa che attirava la loro attenzione. Li attaccò alle spalle e li massacrò uno ad uno, aprendo i corpi da cui il Nuharon schizzò furioso tutto attorno. Quando la Vergine fu soddisfatta della mattanza, l'oggetto della curiosità delle sue vittime fu presto rivelato: a terra languiva esanime una creatura che lei, per l'istruzione ricevuta da Tlaotlican, sapeva essere un dràna. Guardandolo vi riconobbe la sconfitta e senza indugiare passò oltre, lasciandolo alla sua miseria. Attraversò le sabbie della Caduta, dove la pestilenza di fuoco era nata, e seguì la scia di cenere fino a quando non incontrò altri Xenwa. Questi compresero la natura di Shintara guardandola da lontano, perché il ritmo del suo passo emanava ostilità tanto quanto Ahn era foriero di mutamento, Ama Nundra Mun di pace e Zatamana di caos. I primi tra loro attaccarono con fierezza, i secondi si difesero, gli ultimi fuggirono. Seguendo la ritirata, Shintara giunse al cospetto delle più alte vette della terra: là dove l'orizzonte si incupiva, zanne rocciose dai corpi immensi si alzavano a perforare il cielo. Ai piedi di questi titani immobili erano già schierate legioni di orrori e tormenti, ognuno di essi chiusi nella disciplina del silenzio e immuni al peso di quel momento. Non vi fu indugio nella marcia di Shintara, perché alla furia si stava sommando la curiosità di scoprire con cosa avesse a che fare, cosa fossero quelle schiere dietro cui gli Xenwa si stavano rintanando. Avvicinandosi vide la luce appassire attorno a ciascuna di quelle presenze, abissi di tenebra in cui un'anima rossastra palpitava irrequieta, come una ferita che fatica a rimarginarsi. La Vergine fissò quegli esseri e poi le montagne alle loro spalle, non riuscendo a capire quale dei due fosse la sorgente dell'oscurità dell'altro. Nell'attimo in cui una risposta si fece largo tra i suoi pensieri, lo spazio tra le due rocce più alte partorì un cono di luce abbacinante e sul campo di battaglia fu fatto il giorno. Torreggiando sulle montagne nere, Rasseth spiegò le sei ali da un capo all'altro dell'orizzonte, toccando la terra e il cielo, spandendo per l'aria la vampa del suo nome.
La sua apparizione riattizzò l'anima incandescente degli Xenwa, che fecero capolino da dietro le fosce schiere per incitare all'attacco la Vergine. Lei però guardava gli esseri di tenebra che sbarravano l'accesso alle montagne, perché nonostante la luce sparsa da Rasseth essi apparivano ancora come neri vuoti, e l'interrogarsi sulla loro natura la turbò più dell'arrivo del Triarca degli Xenwa.
Nell'attimo in cui la sua esitazione fu palese, Rasseth scosse le ali in un movimento appena percettibile, come a scrollarsi di dosso una presenza molesta, e in un attimo l'intrusa fu spazzata via e portata lontano, a mo' di foglia morta. Quando il vento finalmente esaurì la propria forza, Shintara si ritrovò nelle sabbie della Caduta, a metà strada tra la sua missione e il posto da cui era venuta, e l'equilibrio di questa casualità le impose una riflessione su quanto le sarebbe costato riprovarci, o ritirarsi. Decise tuttavia di restare a terra, specie perché le ferite invisibili da cui era dilaniata la privavano delle forze necessarie a rimettersi in piedi. Tanto era spezzato il suo spirito che nel momento in cui da lontano sentì il mare chiamarla, non rispose.
La sua apparizione riattizzò l'anima incandescente degli Xenwa, che fecero capolino da dietro le fosce schiere per incitare all'attacco la Vergine. Lei però guardava gli esseri di tenebra che sbarravano l'accesso alle montagne, perché nonostante la luce sparsa da Rasseth essi apparivano ancora come neri vuoti, e l'interrogarsi sulla loro natura la turbò più dell'arrivo del Triarca degli Xenwa.
Nell'attimo in cui la sua esitazione fu palese, Rasseth scosse le ali in un movimento appena percettibile, come a scrollarsi di dosso una presenza molesta, e in un attimo l'intrusa fu spazzata via e portata lontano, a mo' di foglia morta. Quando il vento finalmente esaurì la propria forza, Shintara si ritrovò nelle sabbie della Caduta, a metà strada tra la sua missione e il posto da cui era venuta, e l'equilibrio di questa casualità le impose una riflessione su quanto le sarebbe costato riprovarci, o ritirarsi. Decise tuttavia di restare a terra, specie perché le ferite invisibili da cui era dilaniata la privavano delle forze necessarie a rimettersi in piedi. Tanto era spezzato il suo spirito che nel momento in cui da lontano sentì il mare chiamarla, non rispose.
mercoledì 26 febbraio 2020
Sussurri della Mietitura -XXI-
La massa tende per sua natura alla generazione del difetto. La prole di X'En non fece eccezione, perché nella moltitudine di brandelli dilaniati dal corpo di Lhé, uno di essi non ricevette l'imposizione del fuoco, ma fu comunque gettato insieme agli altri su Ama Nundra Mun. Questo scarto precipitò senza grazia e senza forza, con la lentezza del pulviscolo di neve soffiato dalla montagna ventosa, privo della luce degli Xenwa e della loro violenza. Unico nella Caduta toccò l'acqua anziché la terra, sprofondando inerte nell'abisso sempre più nero finché non raggiunse il punto più remoto da qualunque altra cosa, là dove Tlaotlican lo vide. Con interesse l'Eterno scrutò l'intruso e riconobbe il movimento fiacco di un essere che, nella miseria dei suoi mezzi, lottava per darsi uno scopo. Ricordando la storia della sua amata, Tlaotlican chiamò Ahn e gli disse che affinché l'essere potesse avere la dignità dei viventi, aveva bisogno che gli fosse forgiato un nome. L'Eterno del Suono acconsentì e il nome venne presto imposto al corpo: Shintara, "vergine" del fuoco. Allora la forza fu drenata dalle correnti marine e imbrigliata attorno a Shintara per cesellarne la forma, tale da permetterle di agire sia sulla terra che nel mare, di muoversi a piacimento attraverso l'Abbraccio. Quando il procedimento fu concluso e Tlaotlican soddisfatto, tra i due si era instaurato il legame che tra tutti gli enti del cosmo soltanto Ama Nundra Mun aveva nutrito, ricambiata, per le proprie creature. Ma dal momento che esse erano state annientate dalla Caduta, la Culla tra i Vuoti incoraggiò l'amato a prendersi cura di Shintara come fosse propria, di considerarla finanche una figlia, perché mai avrebbe permesso che il lutto toccasse anche lui.
Mentre gli Xenwa estendevano a tutta la terra una dominazione purulenta di polvere cinerea, e la vita si spegneva di concerto alla loro avanzata, la Vergine cresceva protetta dall'immenso corpo del mare. Tlaotlican le nascose la violenza della sua origine, facendole credere invece di essere l'ultima creatura superstite dell'Abbraccio, falcidiato dagli Xenwa per punire l'atto di ribellione con cui Ama Nundra Mun si era negata a X'En.
A quelle rivelazioni, con un tremendo balzo squarciò gli abissi marini ed emerse sulla terraferma, mentre le nubi d'acqua schiumante sollevate da quel movimento raggiunsero la volta celeste e poi, appena ghermita, precipitarono gelide a creare la prima pioggia del mondo. Shintara inaugurava così, con un atto di pietà verso la terra martoriata, la stagione di vendetta che secondo lei avrebbe portato giustizia all'Abbraccio. A differenza del fuoco che aveva guidato gli Xenwa nella Caduta, fu la lucida furia a guidare lei nell'Ascesa.
Mentre gli Xenwa estendevano a tutta la terra una dominazione purulenta di polvere cinerea, e la vita si spegneva di concerto alla loro avanzata, la Vergine cresceva protetta dall'immenso corpo del mare. Tlaotlican le nascose la violenza della sua origine, facendole credere invece di essere l'ultima creatura superstite dell'Abbraccio, falcidiato dagli Xenwa per punire l'atto di ribellione con cui Ama Nundra Mun si era negata a X'En.
A quelle rivelazioni, con un tremendo balzo squarciò gli abissi marini ed emerse sulla terraferma, mentre le nubi d'acqua schiumante sollevate da quel movimento raggiunsero la volta celeste e poi, appena ghermita, precipitarono gelide a creare la prima pioggia del mondo. Shintara inaugurava così, con un atto di pietà verso la terra martoriata, la stagione di vendetta che secondo lei avrebbe portato giustizia all'Abbraccio. A differenza del fuoco che aveva guidato gli Xenwa nella Caduta, fu la lucida furia a guidare lei nell'Ascesa.
mercoledì 19 febbraio 2020
Sussurri della Mietitura -XX-
Rasseth fu l'unico tra i suoi simili ad atterrare, anziché cadere. Sei erano le sue ali, e tale era la loro grandezza che sotto ciascuna di esse un'orda di Xenwa poteva trovare riparo da qualunque avversità; tanto potenti da spianare la terra al suo arrivo, sbriciolando le montagne e facendone sabbia da deserto, le sei ali di Rasseth erano così forti che i venti caldi prodotti dal loro movimento arriveranno alla fine dei tempi, insieme al Primo Codice, e poi continueranno ad esistere. Obbedendo alla natura dell'alito che gli dava la vita, Rasseth col suo esercito rastrellò Ama Nundra Mun alla ricerca di dràna sopravvissuti. Trovandone esemplari solitari, confusi e ormai prossimi alla morte, oltre che in numero insufficiente a trarre piacere dalla loro distruzione, decise di imprimere il fuoco nei loro corpi di tenebra. Coloro i quali superavano il tormento della trasfigurazione divennero Us'fulum, "servitori" votati alla cieca obbedienza. La loro voce si trasformò in un cupo rantolo, la lingua che avevano ereditato da Zatamana si convertì nell'orrendo verso della più bruta bestia. Il caos di cui erano composti fu castrato, e dunque convogliato nei canali costruiti dalla volontà di Rasseth. Nelle fiamme gli Us'fulum rinacquero e da esse furono periodicamente repressi, quando gli anelli della loro catena minacciavano di allentarsi.
Fra gli sfregi che la Caduta inflisse ad Ama Nundra Mun, il più terribile fu anche l'unico da cui la terra non riuscì mai a guarire. A provocarlo fu Gargalos, esemplare di insolita durezza nella sua pur straordinaria specie, che aprì il suolo con l'impatto del suo corpo massiccio e lo sventrò fino alle più profonde e buie radici del mondo, non riuscendo a fermarsi se non a un passo dal cuore di Ama Nundra Mun. Lì si manifestò la sua natura buona e votata alla protezione, perché innanzi al dolore che aveva provocato alla Culla tra i Vuoti decise senza indugio di donarle il proprio Nuharon, la linfa incandescente che scorre in tutti gli Xenwa. Rinfrancata dall'inaspettato sollievo del fuoco, l'Eterna lo usò per respingere Gargalos in superficie, là dove i suoi simili lo attendevano. Con tale vigore avvenne questo evento che la ferita inferta dallo Xenwa alla terra cambiò natura, e da cratere si fece montagna dalla cui cima, per sempre bagnata di torrido Nuharon, si vedono i mondi. Una volta in superficie, Gargalos si mostrò ai suoi eserciti opaco come l'ardesia e freddo come l'onice trasudato dalla roccia, non più alfiere della rabbia di X'En, ma monarca riflessivo, sensibile da quel momento in avanti alla voce del terreno.
Il solo Xenwa a lanciarsi verso Ama Nundra Mun di sua iniziativa fu Hieralw. Sfuggendo alla presa del Fuoco Immortale grazie al corpo viscido e sottile, scoccò verso l'Abbraccio come un colpo di frusta e subito trovò riparo in un antro della terra abbastanza lungo da ospitarlo, ma anche stretto a sufficienza da non far entrare nessun altro. Attesa la fine della Caduta, strisciò fuori per nutrirsi della morte che affollava la terra, incurante del comando che un terzo dei suoi simili gli aveva riconosciuto, o forse troppo affamato. Più si sollazzava divorando senza riposo e senza regola, come solo un dràna avrebbe fatto, meno il suo appetito si saziava, e così i seguaci per compiacerlo furono presto costretti a procacciargli le libagioni, precipitando in un vortice di ambizione, gelosia e tradimento da cui non sarebbero più riemersi. Nel momento in cui decisero che uccidere i loro simili per saziare Hieralw non era più da considerarsi un sacrificio, ma anzi una ritualità da perpetrare per la purificazione del fuoco, fosse il proprio o quello degli altri Xenwa, per loro fu già troppo tardi. Gli esigui superstiti di questa folle ordalia divennero i più crudeli, efficienti e implacabili cacciatori della propria specie. Si sparpagliarono agli angoli della terra per non invadere le altrui riserve di caccia, tornando al cospetto del loro signore solo se provvisti di un'offerta destinata alle sue fauci. Hieralw non era però paziente come Gargalos, né metodico come Rasseth. Hieralw era un vuoto che niente e nessuno avrebbe mai potuto riempire. Non potendo aspettare il prossimo pasto, scavava infatti sotto la terra immense gallerie per raggiungere i suoi adepti, ingoiando nel tragitto terra e roccia, acqua e residui del Nuharon di Gargalos. Qualunque cosa andava bene, perché niente lo saziava. Più mangiava e più grande diventava; con le dimensioni crebbe anche l'appetito e le offerte dei cacciatori divennero improvvisamente troppo scarne. Hieralw iniziò quindi a divorare i doni insieme ai loro portatori.
Fra gli sfregi che la Caduta inflisse ad Ama Nundra Mun, il più terribile fu anche l'unico da cui la terra non riuscì mai a guarire. A provocarlo fu Gargalos, esemplare di insolita durezza nella sua pur straordinaria specie, che aprì il suolo con l'impatto del suo corpo massiccio e lo sventrò fino alle più profonde e buie radici del mondo, non riuscendo a fermarsi se non a un passo dal cuore di Ama Nundra Mun. Lì si manifestò la sua natura buona e votata alla protezione, perché innanzi al dolore che aveva provocato alla Culla tra i Vuoti decise senza indugio di donarle il proprio Nuharon, la linfa incandescente che scorre in tutti gli Xenwa. Rinfrancata dall'inaspettato sollievo del fuoco, l'Eterna lo usò per respingere Gargalos in superficie, là dove i suoi simili lo attendevano. Con tale vigore avvenne questo evento che la ferita inferta dallo Xenwa alla terra cambiò natura, e da cratere si fece montagna dalla cui cima, per sempre bagnata di torrido Nuharon, si vedono i mondi. Una volta in superficie, Gargalos si mostrò ai suoi eserciti opaco come l'ardesia e freddo come l'onice trasudato dalla roccia, non più alfiere della rabbia di X'En, ma monarca riflessivo, sensibile da quel momento in avanti alla voce del terreno.
Il solo Xenwa a lanciarsi verso Ama Nundra Mun di sua iniziativa fu Hieralw. Sfuggendo alla presa del Fuoco Immortale grazie al corpo viscido e sottile, scoccò verso l'Abbraccio come un colpo di frusta e subito trovò riparo in un antro della terra abbastanza lungo da ospitarlo, ma anche stretto a sufficienza da non far entrare nessun altro. Attesa la fine della Caduta, strisciò fuori per nutrirsi della morte che affollava la terra, incurante del comando che un terzo dei suoi simili gli aveva riconosciuto, o forse troppo affamato. Più si sollazzava divorando senza riposo e senza regola, come solo un dràna avrebbe fatto, meno il suo appetito si saziava, e così i seguaci per compiacerlo furono presto costretti a procacciargli le libagioni, precipitando in un vortice di ambizione, gelosia e tradimento da cui non sarebbero più riemersi. Nel momento in cui decisero che uccidere i loro simili per saziare Hieralw non era più da considerarsi un sacrificio, ma anzi una ritualità da perpetrare per la purificazione del fuoco, fosse il proprio o quello degli altri Xenwa, per loro fu già troppo tardi. Gli esigui superstiti di questa folle ordalia divennero i più crudeli, efficienti e implacabili cacciatori della propria specie. Si sparpagliarono agli angoli della terra per non invadere le altrui riserve di caccia, tornando al cospetto del loro signore solo se provvisti di un'offerta destinata alle sue fauci. Hieralw non era però paziente come Gargalos, né metodico come Rasseth. Hieralw era un vuoto che niente e nessuno avrebbe mai potuto riempire. Non potendo aspettare il prossimo pasto, scavava infatti sotto la terra immense gallerie per raggiungere i suoi adepti, ingoiando nel tragitto terra e roccia, acqua e residui del Nuharon di Gargalos. Qualunque cosa andava bene, perché niente lo saziava. Più mangiava e più grande diventava; con le dimensioni crebbe anche l'appetito e le offerte dei cacciatori divennero improvvisamente troppo scarne. Hieralw iniziò quindi a divorare i doni insieme ai loro portatori.
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